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Carcere di Taranto, un altro detenuto si suicida mentre Governo, politica e amministrazione non sentono, non vedono e non parlano

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Un altro detenuto si suicida a Taranto.

Purtroppo, qualche volta può anche accadere che, nonostante il coraggio, la dedizione e la professionalità della Polizia Penitenziaria, si arrivi tardi e l’intervento non sia sufficiente a rianimare chi, con un gesto di protesta estrema, ha deciso di volare via oltre le sbarre .

E’ quello che è successo venerdì 17 agosto all’interno del carcere di Taranto, dove un detenuto quarantenne di origini tarantine, in attesa di giudizio per reati contro il patrimonio, verso le due del pomeriggio si è impiccato nella propria stanza, approfittando del fatto che gli altri ristretti erano fuori per l’ora d’aria.

L’uomo era rinchiuso nella sezione riservata ai giudicabili, quelli che devono ancora aspettare il giudizio definitivo, una delle più affollate nel carcere di Taranto con più di sessantacinque detenuti,  e dove un  solo agente percorre decine di chilometri al giorno, andando su e giù per  adempiere a una lunga serie di incombenze … a partire dalle docce, quando un detenuto viene fatto uscire dalla propria stanza, accompagnato nel locale docce, per poi essere riportato in stanza, e così via per tutti i sessantacinque ristretti.

E poi l’accompagnamento dei detenuti ai passeggi, fatto sempre dall’unico agente, le convocazioni dei detenuti per i magistrati, per gli avocati, per le visite specialistiche, per i colloqui, per le telefonate, per gli educatori … ecc. ecc.

Un moto continuo che per il povero poliziotto dura per tutte le otto/nove ore del proprio turno.

Eppure, nonostante questo incessante e massacrante lavoro, l’agente di servizio nella sezione ha, comunque, avuto la percezione che qualcosa non andava per il verso giusto, perché passando più volte davanti alla stanza di quel detenuto aveva notato che non era nella propria branda.

Così, nonostante fosse da solo, l’agente con grande solerzia ha aperto la stanza e si è catapultato nel bagno dove ha trovato il detenuto con un cappio al collo ricavato da un lenzuolo, legato alle grate della finestra.

L’uomo non era ancora morto e il poliziotto, senza esitazioni, lo ha liberato e adagiato sul pavimento per praticargli il massaggio cardiaco, lanciando contemporaneamente l’allarme.

Purtroppo, tutto ciò non è servito a nulla e il detenuto è entrato a far parte della fredda statistica dei suicidi in carcere, che ormai pare non interessare più a nessuno.

Almeno, fino a qualche tempo fa ci si indignava, ci si interrogava anche sui mass media nazionali, ora, invece, più niente … qualche riga nella cronaca locale e … avanti il prossimo.

Eppure, questo è l’ennesimo episodio di una lunga ed interminabile che, a mio avviso, ha responsabilità molto precise, a partire da chi ha voluto consegnare le carceri italiane all’anarchia.

Ci riferiamo all’ex Ministro della Giustizia Andrea Orlando e all’ex capo del DAP che, nei fatti, hanno smantellato la sicurezza nelle carceri e l’attività di controllo e gestione dei detenuti.

Da mesi, se non da anni, il SAPPE, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, denuncia la grave situazione di sovraffollamento del carcere di Taranto, forse il più affollato della nazione (circa +100%), con un grande numero di soggetti affetti da disturbi psichici nelle stanze insieme agli altri detenuti, a cui fa da contraltare una altrettanto grave carenza dell’organico di polizia penitenziaria che non consente di controllare e gestire nulla, oltre a costringere  i poliziotti penitenziari a carichi di lavoro massacranti in violazione di norme e leggi dello Stato italiano a tutela dei lavoratori.

Nei giorni scorsi, più che altro per porre l’attenzione su un fenomeno che si sta aggravando sempre di più, abbiamo puntato l’indice contro le passerelle dei politici nelle carceri a ferragosto, in attesa dell’ora di pranzo.

In quell’occasione, chiudemmo il comunicato avvisando che, in mancanza di una seria e corretta presa di posizione nei confronti della situazione penitenziaria pugliese, presto avremmo dovuto fare i conti con ulteriori eventi critici e drammatici.

Venerdì c’è stato il suicidio di un detenuto, ma potrebbe accadere di tutto (evasioni, aggressioni gravi ad agenti, sommosse, ecc. ecc.) perché la sicurezza e il controllo delle attività è scesa a livelli molto preoccupanti, tra rassegnazione e provvedimenti discutibili dei vertici del carcere tarantino.

E noi saremo ancora qui a gridare tutta la nostra disapprovazione, perché sono pochissime le tragedie inevitabili … la maggior parte hanno sempre responsabilità con tanto di nomi e cognomi.

Anche se questo significa identificare, uno per uno, tutti quelli che hanno fatto finta di non sentire, di non vedere e di non parlare!

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