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Carceri e Polizia Penitenziaria serve davvero un cambio di passo!

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Il sangue continua a scorrere nelle carceri del Paese, ed è spesso sangue innocente di chi lavora nella prima linea, ossia le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.

Poliziotti che quotidianamente hanno a che fare con violenze verbali e fisiche, minacce, sequestri, ritrovamento di droga e telefonini nelle celle ed ogni altro tipo di evento critico si possa verificare in una qualsiasi delle oltre duecento carceri per adulti e minori del Paese.

Complice anche l’atteggiamento presuntuoso, menefreghista e provocatorio di una parte di popolazione detenuta.

 A dispetto di quel che hanno detto e dicono gli orfani della (per fortuna scongiurata) riforma penitenziaria, che spesso hanno del carcere una visione accademica ed una conoscenza parziale.

Cremona, Brescia, Spoleto, Sulmona, Prato, Ferrante Aporti a Torino, Avellino, Rieti, Nisida, Perugia, Velletri, Viterbo, Napoli, Genova Marassi, Ivrea, Pesaro, Paola, Bologna, Livorno, Cassino, Turi, Ariano Irpino, Taranto, Sciacca, Frosinone, Trieste…

In ognuna di queste carceri, tra fine maggio e fine giugno, è avvenuto qualcosa.

Agenti sequestrati, bruciati da olio bollente, aggrediti, feriti, contusi, coinvolti loro malgrado in risse e incendi; detenuti salvati da morte certa in tentativi di suicidi sventati dai poliziotti, spesso all’ultimo istante, che hanno pure rinvenuto e sequestrato nelle celle telefonini cellulari e droga. E il personale di Polizia Penitenziaria è allo stremo e gli eventi critici non sembrano rallentare.

Ogni giorno nelle carceri italiani succede qualcosa, ed è quasi diventato ordinario denunciare quel che accade tra le sbarre.

Altro che carcere umano e più sicuro, come prometteva il Ministro della Giustizia Orlando: le carceri sono un colabrodo per le precise responsabilità di ha creduto che allargare a dismisura le maglie del trattamento a discapito della sicurezza interna ed in danno delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria.

Non ci si ostini dunque a vedere le carceri con l’occhio deformato dalle preconcette impostazioni ideologiche, che vogliono rappresentare una situazione di normalità che non c’è affatto: gli agenti di Polizia Penitenziaria devono andare al lavoro con la garanzia di non essere insultati, offesi o – peggio – aggrediti da una parte di popolazione detenuta che non ha alcun ritegno ad alterare in ogni modo la sicurezza e l’ordine interno.

Ogni giorno giungono notizie di aggressioni a donne e uomini del Corpo in servizio negli istituti penitenziari del Paese, sempre più contusi, feriti, umiliati e vittime di violenze da parte di una parte di popolazione detenuta che non ha alcuna remora a scagliarsi contro chi in carcere rappresenta lo Stato.

Sono oggettivi i numeri riferiti alle colluttazioni ed ai ferimenti nelle carceri italiane, riferiti all’anno 2017: ne abbiamo già parlato e li abbiamo già diffusi ma è utile riproporli.

Le colluttazioni sono state 7.446 ed i ferimenti 1.175.

Ossia, statisticamente 20 colluttazioni e 3 ferimenti al giorno!

Non fanno statistica, ma sono altrettanto reali e quotidiane le aggressioni verbali di quei detenuti che inveiscono, offendono e poi scagliano contro i poliziotti penitenziari le proprie feci, il sangue, l’urina, l’olio bollente o la candeggina, e poi li minacciano anche di morte. 

A tutto questo si aggiunga, beffa nelle beffe per merito dell’allora Ministro Brunetta, che la Polizia Penitenziaria, come tutte le altre Forze di polizia, risulta esclusa dall’obbligo d’inoltro della “Comunicazione di infortunio” all’Inail per i suoi appartenenti, con tutte le conseguenze negative che questo determina.

E allora è mai possibile che nessuno, al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, abbia pensato di introdurre anche per la Polizia Penitenziaria ed i suoi appartenenti, per fronteggiare ed impedire aggressioni fisiche e selvagge, strumenti come quelli in uso a Polizia di Stato e Carabinieri, ossia pistola “taser” e spray al peperoncino?

Proprio il taser, di cui prossimamente saranno dotati gli appartenenti alla Polizia di Stato, sarebbe utilissimo in carcere.

Molto simile a una pistola, si impugna e ha un «grilletto» che non esplode proiettili, ma aziona una scarica elettrica ad alto voltaggio (circa 50mila volt) e a bassa intensità di corrente. Riesce a colpire un bersaglio fino alla distanza di sette metri e il risultato – almeno quello teorico – è l’immobilizzazione della persona colpita, derivante dalla contrazione dei muscoli impressa dalla scossa.

Di taser ne esistono diversi tipi, ma quello che dovrebbe essere dato in dotazione agli agenti italiani è il modello X2, che funziona con scarica elettrica a intensità regolare con durata controllata di 5 secondi, possibilità di colpire il bersaglio fino a 7 metri di distanza e con un colpo di riserva (dunque utilizzabile due volte consecutivamente senza la necessità di ricaricare la pistola).

Vogliamo parlare della schermatura delle sezioni detentive all’uso di telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici?

Nelle carceri di altri Paesi europei, lo abbiamo visto in occasioni di incontri bilaterali di confronto con i colleghi esteri, avviene regolarmente con semplici dissuasori che impediscono, appunto, la diffusione delle onde elettromagnetiche.

Perché qui non si può fare? Possibile che questi oggetti possono essere ritenuti validi, ad esempio, solamente durante l’espletamento delle prove scritte dei concorsi da vice ispettore e da agente?

Evidentemente le priorità del Ministero della Giustizia a guida “sinistra” e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – evidentemente molto sensibili agli strabismi in materia di politiche penitenziarie del radicale Sottosegretario ombra Bernardini, di Mauro Palma, dell’Associazione Antigone, di Nessuno Tocchi Caino (e chi se ne frega di Abele…) – erano e sono state altre.

Come, ad esempio, consentire l’uso della sigaretta elettronica nelle celle o prevedere le “doccette” nei cortili passeggi per dare refrigerio ai detenuti durante i mesi estivi dimenticandosi per altro, sistematicamente, l’adozione concreta di provvedimenti per il benessere del personale di Polizia Penitenziaria come la dotazione sufficiente di vestiario adeguato e di qualità, un servizio di pasti nelle mense ordinarie di servizio che non può e non deve più essere fornito privilegiando una spesa al ribasso – a tutto danno e discapito della qualità: c’è solamente da vergognarsi quando alla domenica sera si offre agli Agenti in servizio come pasto una scatoletta di tonno o di Simmenthal…

Per non parlare dei pressoché inesistenti controlli periodici sulla sorveglianza sanitaria dei poliziotti, l’aggiornamento professionale o l’adeguamento delle stanze nelle varie caserme a livelli quantomeno dignitosi…

Ecco perché abbiamo detto e diciamo che serve un deciso cambio di passo nelle politiche penitenziarie del Paese, per l’Amministrazione ed il Corpo.

Un deciso cambio di passo che ponga rimedio agli scellerati provvedimenti della vigilanza dinamica e del regime penitenziario “aperto”, entrambi concausa di moltissimi eventi critici, ideati da chi evidentemente ha confuso le carceri per collegi.

Voltiamo pagina, allora.

Ma voltiamola davvero, garantendo all’insindacabilità della funzione rieducativa della pena il diritto-dovere di avere carceri più sicure, sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza: per assicurare, soprattutto, la preservazione dell’incolumità fisica delle donne e degli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria!

 

 

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