www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/07/2011  -  stampato il 07/12/2016


Toto nomine sulla Giustizia, spunta anche Brunetta.

Berlusconi scioglierà la lingua solo quando verrà approvata la manovra economica. Qualunque sua affermazione, spiegano a Palazzo Chigi, verrebbe interpretata male, distorta e ciò turberebbe i mercati. Per non incontrare i giornalisti ed evitare la tentazione di parlare (e voglia di sfogarsi ne ha tantissima), ieri ha dato forfait ad una conferenza stampa con il ministro Brambilla. La prima apparizione pubblica, se confermerà il viaggio, avverrà venerdì a Belgrado per il vertice Italia-Serbia. Con lui non ci saranno i ministri che avrebbero dovuto prendere parte al summit (rimarranno a Roma per votare le misure finanziarie). La verità è che in questo momento il premier si lecca ancora le ferire della sentenza sul Lodo Mondadori. «Non ci dorme la notte. Non si rassegna all’idea di dover dare dei soldi a De Benedetti - spiega un ministro - di perdere una parte dei guadagni di una vita. Ora però deve metterci una pietra sopra e guardare avanti per portare il governo al termine del mandato. Ci vuole un colpo d’ala altrimenti non mangiamo il panettone».

Nella maggioranza sono in molti a sussurrare, senza esporsi con nome e cognome, che la situazione è compromessa, che il Cavaliere non è più in grado di gestire quello che accade dentro e attorno al governo. Se vuole sopravvivere dovrà dimostrare di essere ancora in sella e da venerdì sera, a mercati chiusi, tornerà a parlare con l’obiettivo di riprendere il pallino della situazione politica. Lui non si sente un’anatra zoppa, nonostante si moltiplichino gli esponenti della sua maggioranza e dell’esecutivo finiti nel tritacarne della giustizia. Non vuol passare l’idea di essere «commissariato» dal capo dello Stato. Passata l’emergenza di questi giorni, il premier vuole riprendere il pallino della politica perché la «supplenza del Quirinale - spiega chi ieri è andato a trovarlo - non può trasformarsi in un presidenzialismo di fatto». Nessuna critica specifica a «Re Giorgio» su come si è mosso per tenere l’Italia a riparo dalla bufera finanziaria. «Il suo ruolo - osserva Osvaldo Napoli è stato molto positivo. Addirittura interpreta quel presidenzialismo da sempre auspicato da Berlusconi con le riforme costituzionali».

Un apprezzamento peloso che la dice lunga sui sentimenti che serpeggiano nella maggioranza che dovrà affrontare, come ha avvertito Mario Draghi, nuovi tagli della spesa pubblica o sarà inevitabile un altro aumento delle tasse. Per cui sarà difficile fare a meno di Tremonti. Così come rimangono nella sfera della fantapolitica gli scenari di governi tecnici o di transizione. E di rimpasti profondi. La calma momentanea dei mercati potrebbe finire già lunedì. Ieri girava la voce che il ministro dell’Economia si sarebbe dimesso dopo l’approvazione della manovra. Una voce smentita dai suoi collaboratori e da Tremonti stesso quando all’assemblea dell’Abi ha detto «hic manebimus optime». C’è una rinnovata forza di Tremonti dovuta a due fattori. Il primo è il rafforzamento della manovra con gli emendamenti presentati ieri, confermando di essere l’interlocutore di garanzia per l’Unione europea. Il secondo fattore arriva da Napoli: il procuratore della Repubblica Lepore ha spiegato che è «assolutamente destituito di fondamento» che il ministro dell’Economia sia iscritto nel registro degli indagati e che debba essere ascoltato come persona informata sui fatti. Significativo il commento dell’inquilino di via XX Settembre («la notizia è per me molto positiva, tanto sul piano personale quanto sul piano istituzionale. Ho, come sempre, fiducia nella giustizia»). Tremonti si rafforza nella convinzione di avere ripreso quota e distinto il suo destino da quello del suo ex consigliere Milanese. Una convinzione rafforzata dal fatto che pure il presidente della Repubblica gli ha detto di non muoversi, di restare al suo posto.

E tutto questo mentre Berlusconi è invece convinto che il ministro dell’Economia sia sotto schiaffo, indebolito dall’inchiesta che ha inghiottito Milanese. Continua a ripetere che Tremonti «non è più insostituibile». Ma con chi potrebbe sostituirlo rimane un mistero, così rimane impantanata la sostituzione di Alfano alla Giustizia. Circolano i nomi più svariati; è saltato fuori pure quello di Brunetta. Il segretario del Pdl avrebbe voluto dimettersi già questa settimana, ma la mancanza di decisioni da parte del premier lo paralizza, anche nell’azione politica. Ieri il leader dell’Udc Casini, al quale lo stesso Alfano si era rivolto per un cammino comune, ieri si è chiesto dove sia finito: «Se c’è batta un colpo». In realtà il problema di Alfano è Berlusconi: finché ci sarà un governo di questi tipo sarà sempre zavorrato».