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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/07/2011  -  stampato il 03/12/2016


I killer di Falcone e Borsellino sono i confidenti della polizia penitenziara

«Luigino è morto. Adesso c’è Luigi, un uomo di sessant’anni che ha vissuto mille vite, ha conosciuto il male e l’ha fatto ma che aspetta di avere una chance per ricominciare daccapo dopo aver sorseggiato l’attesa e pagato il conto».
L’incontro con Luigi Giuliano, il super-pentito della camorra napoletana, avviene in una località protetta, dove l’ex capo dei capi della Cupola è stato trasferito da un drappello delle forze dell’ordine che si occupa della sua incolumità.
Giuliano arriva all’appuntamento in tenuta sportiva e la prima cosa che si nota sono gli occhi azzurrissimi che, al tempo della guerra contro la Nco di Raffaele Cutolo, gli valsero il soprannome di «boss dagli occhi di ghiaccio». In realtà, Giuliano era conosciuto anche come ’o re. Il re.
«Eppure, la mia vita poteva essere diversa», spiega oggi, mentre apre il borsone che si è portato dietro, colmo all’inverosimile di carte e fascicoletti su cui dice solo: «Cose mie, cose mie... forse ne parliamo alla fine della chiacchierata...».
E riprende: «La mia vita, dicevo, poteva essere diversa. Da giovane volevo fare l’attore, andai pure a Cinecittà per un provino. Insieme a Giuseppe Misso (feroce capoclan del rione Sanità, anche lui passato a collaborare con la giustizia, ndr) recitavo Shakespeare davanti allo specchio. I nostri amici ci dicevano che eravamo bravi, che dovevamo scegliere l’arte piuttosto che la strada. Allora, sembrava che davvero potesse avverarsi questo sogno, invece».
Invece arrivano i morti, il sangue, le sparatorie, le vendette e i soldi. Soldi a palate, che alimentano la leggenda sulla famiglia malavitosa di Forcella: le feste con Diego Armando Maradona, il lusso sfrenato per abiti, auto e appartamenti. I fratelli Giuliano sono i padroni della città, tra gli anni Ottanta e Novanta. Possiedono negozi, ristoranti, night club. Luigino è il sovrano indiscusso del crimine campano. Controlla un clan che fattura decine di miliardi all’anno con droga, estorsioni, prostituzione, usura, totonero e contrabbando di sigarette.
«Ma anche allora sentivo dentro di me una vena artistica. All’inizio scrivevo poesie, ho pure pubblicato un libro che s’intitola Le ciliegie del dolore, poi mi sono dato alla musica».
Luigi Giuliano è l’inventore dei neomelodici della prima generazione, compreso Gigi D’Alessio. Dice di avergli fatto da talent scout, da finanziatore e da paroliere. «Oggi più che le rime amo le note. Ho deciso di cimentarmi con un mondo che non è quello in cui si imbraccia un fucile, ma si impugna una penna».
Al tempo della sua dittatura criminale su Napoli, firma uno dei testi più famosi in città, che ancora oggi ragazzotti abbronzati in cerca delle prime storie d’amore con coetanee sculettanti fischiettano nei rioni-ghetto. La canzone si chiama Chill va pazz pe te.
«E davvero io vado pazzo per Napoli. Soffro nel vederla così abbrutita. Voglio lanciare un allarme per la vita dei napoletani: se anche da noi si verificasse un terremoto come quello dell’Aquila, ci sarebbero migliaia di morti. I palazzi che sono stati ristrutturati dopo il sisma del 1980 sono marci. In quegli anni è stato fatto un macello con la ricostruzione. Non c’è sicurezza in quegli edifici. Ma qualcuno si è mai chiesto perché, ogni tanto, a Napoli si sbriciola un palazzo?».
Giuliano inforca le lenti e si rigira una penna tra le mani. «Io sono pronto a dare la vita per i bambini di Napoli....

Devono capire che c’è un altro futuro per loro. Possono diventare artisti, possono diventare medici. Possono diventare come Quagliarella (Fabio, il calciatore napoletano che gioca nella Juve, ndr) ma è necessario che qualcuno li aiuti. Costruire una piscina, un campetto di calcio dove farli giocare già sarebbe un successo. Un giovane della Sanità o di Forcella viene guardato con sospetto dalla società, vive nella perenne emarginazione. Per questo, poi, per avere una stupida rivincita sulla vita e sugli altri, prende un fucile in mano». Racconta di sé: «Ho consegnato tutti i miei averi allo Stato e non ho tesori nascosti. Ho sulle spalle 33 anni di galera, ma non ho vergogna a dire che voglio vivere di canzoni. Ho rovinato tante famiglie. Ho ordinato tante morti, tante altre persone le ho uccise personalmente, per questo oggi posso dire che il codice d’onore della mafia e della camorra è merda. Che onore è sciogliere un bambino nell’acido, uccidere un innocente? Ho conosciuto in galera uomini che hanno partecipato alle stragi di mafia, che hanno ucciso Falcone e Borsellino e che fanno i confidenti degli agenti di polizia penitenziaria. È questo il senso del loro onore?».
L’ultima domanda è per quei documenti nel borsone: «Ah, già, le carte. Sono gli appunti per un libro sulla vera storia di Napoli. Mi sa che prima o poi troverò qualcuno con cui scriverlo...».