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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/08/2011  -  stampato il 05/12/2016


TotÚ Cuffaro: In carcere la mia anima Ť libera

Circondato da un grande parco, quello di Rebibbia, visto dall'esterno, non sembra neanche un carcere. L'ingresso di via Raffaele Macelli, al civico 70, che non è il grande portone di ferro di colore grigio che siamo abituati a vedere in tv, potrebbe essere scambiato per uno dei tanti residence della periferia capitolina. Non ci sono arcigni agenti al corpo di guardia che ti guardano con sospetto, ma uomini in divisa piuttosto gentili, anche se risoluti. E non perché probabilmente sanno del cronista arrivato dalla Sicilia per intervistare Totò Cuffaro, ex presidente della Regione, ex senatore e politico di primo piano anche a livello nazionale, ma qui semplicemente il detenuto Salvatore Cuffaro, condannato a sette anni di carcere con sentenza passata in giudicato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
Solo qualche minuto per le formalità di rito ed anche per un cordiale saluto al direttore del penitenziario, Carmelo Cantone, ma non senza avere effettuato un discreto controllo sul libro portato in dono a Cuffaro. Le regole sono regole. Quindi, un sovrintendente addetto ai colloqui, che non ci lascerà mai soli, mi accompagna al braccio "G8" dove in una cella a quattro posti espia la sua pena Totò Cuffaro. Si passa da una parte all'altra del carcere, transitando per ampi e assolati cortili. Finalmente arriviamo a destinazione, per l'intervista viene concesso l'uso della stanza destinata ai pubblici ministeri per gli interrogatori.
Qualche minuto e Totò arriva, stringendo sotto il braccio una carpetta piena di appunti, che poi non leggerà, vestito con una «Lacoste» di colore marrone, che tradisce i chili perduti - 21 - e pantaloni di colore azzurro. Gli occhiali e i capelli che sono sempre più "sale e pepe". E lo sguardo che racconta la sofferenza di chi, abituato a vivere in piena libertà, ad organizzare il tempo a proprio piacimento, è costretto a vivere dietro le sbarre. Per un tempo che si annuncia lungo. La sua forza: la consapevolezza di volere espiare la pena. Non perché la ritenga giusta, ma perché così dicono le sentenze.
Perché negarlo? Emozionato lui, emozionato io. Ci abbracciamo. Ci conosciamo da tanto tempo, dagli anni dell'adolescenza. Sotto lo sguardo vigile del sovrintendente di polizia penitenziaria, ci sediamo, cominciamo a parlare.
E' Totò a rompere il ghiaccio: «Siamo qua, ci vuole una grande forza. Sono passati duecento giorni. Ne mancano ancora tanti per arrivare a sette anni. Non voglio neanche pensarci. Ho avuto dei momenti difficili, ma ora li ho superati. Leggo, scrivo, studio, aiuto le persone per quello che posso. Il carcere è una piccola comunità sofferente. Aiuto, chi non sa farlo, a scrivere le lettere alle mogli, alle famiglie. Parlare qui è molto importante, devi essere uno di loro, uno dei tanti. Non ho privilegi e non ne voglio, perché questa è una cosa che in carcere non deve esistere; se ti vengono concessi, non sei uno di loro, non sei considerato. Faccio tutto ciò che fanno gli altri, anche la preghiera. Ho pregato persino con un musulmano di una tribù del Gambia. Con questo ragazzo parliamo spesso di religione. E' in carcere per spaccio di droga. Ha una grande serenità interiore. Abbiamo parlato del mio Dio e del suo. Per l'inizio del ramadan mi ha detto: "Perché non preghi con quelli come me?". Ha steso il tappetino per terra e poi ha sottolineato: "Io sono obbligato a guardare verso la Mecca; tu sei fortunato: alzi gli occhi, guardi il cielo e trovi il tuo Dio, ovunque".
Dunque, si stabilisce un rapporto particolare tra chi deve espiare una pena in carcere.
«Un bacio, un sorriso, qui sono molto importanti. Racconto un altro aneddoto che riguarda Roberto: l'ho trovato qui quando sono arrivato. Roberto non esce mai, non va all'ora d'aria. Io tutte le volte che lo incontravo nel corridoio lo salutavo, ma lui non mi rispondeva mai. Una volta, tornando da un colloquio con i miei familiari, ero costernato e non l'ho salutato. All'improvviso ho sentito una voce che mi diceva: "Salvatore non mi hai salutato". E di ciò sono stato e continuo ad essere molto contento. Per me che ho dato e ricevuto tanta umanità nel corso della mia vita, devo dire che qui dentro assume un significato speciale».
Però, nonostante l'intensità dei rapporti, lo studio, lo sport, le giornate in carcere sono lunghe da passare.
«Il tempo trascorre veloce, soprattutto di giorno tra chi cucina, chi urla, chi gioca al pallone o a tennis. Il dramma vero è la notte. Quando senti il cigolio della chiave che chiude la porta della cella, è angosciante. Un rumore che ti trafigge direttamente il cuore e il cervello. Non riesco ad addormentarmi. Ciò avviene intorno alle 23, gli agenti sono cortesi e disponibili, non sono come quelli che ci fanno vedere nei film».
Abituarsi alla detenzione è duro per tutti. Tanto più per chi è stato un uomo potente.
«In questi duecento giorni, ogni giorno è stata una battaglia (si emoziona, ndr). Dormire pochissimo non mi dispiace. La notte la utilizzo per pregare, per studiare, per rispondere alle centinaia di lettere che ricevo, soprattutto per stare con me stesso. La prima lettera che ho ricevuto me l'ha scritta l'avvocato Enzo Trantino: "Almeno lì troverai il tempo per te stesso e potrai consentire alla tua anima di raggiungerti". E' vero, la notte mi consente di constatare che la mia coscienza, la mia anima, mi raggiungono. Mi domando molte cose: tante risposte riesco a trovarle, ma rimangono anche molti interrogativi su ciò che ho fatto e ciò che avrei potuto fare».
Non dormire la notte, dunque, è una pena nella pena?
«Non dormo e non sogno. E se non sogno, mi manca la possibilità di rivivere pezzi della mia vita, di rivivere i miei familiari: questa è la notte. Assisto sempre al fenomeno delle tenebre che lasciano spazio ai primi bagliori di luce. Sento gli uccelli che cominciano a cinguettare, qui nel parco ce ne sono di tutte le specie. Soprattutto, sento le cornacchie che cantano. I detenuti che condividono con me la cella, qui si chiamano "compagno" che ha un significato molto più profondo di quello politico, dicono che le cornacchie gracchiano. Io sostengo invece che il loro è un canto melodioso. Di questa cornacchia che si posa ogni mattina sul davanzale della finestra, che per me è sempre la stessa, parlerò in un libro che ho cominciato a scrivere».
E, poi, comincia un nuovo giorno.
«Finito il periodo dell'insediamento, il carcere si anima: dal silenzio si passa al caos. C'è chi accende la televisione con il volume al massimo; chi grida per fare il "modello 13", quello per chiedere il permesso per i colloqui con i familiari; passa il vitto per i detenuti che si lamentano per il poco latte o caffé; chi inveisce per avere dormito male perché aggredito dalle zanzare. Poi ci sono quelli che lavorano, due miei "compagni" sono tra questi. E' importante per i detenuti lavorare, oltre che occupare il tempo hanno la possibilità di guadagnare, ma conviene anche alle imprese utilizzarli perché così ottengono gli sgravi previdenziali previsti dalla legge. Qui c'è gente che lavorando mantiene la famiglia».

Lo prevede la Costituzione che in carcere, oltre a scontare la pena, i detenuti devono essere rieducati.
«Al di là dell'aspetto economico, tenere il detenuto in condizioni produttive ed essere utile alla famiglia serve a tenere unita la stessa famiglia. Se i carcerati potessero lavorare di più, molte famiglie non si disgregherebbero e ad avvantaggiarsene sarebbe tutta la società. Quando si tagliano i soldi alla giustizia, la prima cosa che si colpisce è il lavoro dei carcerati. Per chi non lo sapesse, sono detenuti di Rebibbia quelli che rispondono al famoso "1254" (call center) e non solo. Fra poco anche il "Bambin Gesù" utilizzerà altri detenuti per il proprio call center. E ciò grazie all'amministrazione che va a cercare il lavoro altrove e non utilizza solo i soldi del bilancio della giustizia. Tutte le volte che vengono parlamentari a trovarmi - ne sono venuti 120-130 di tutti i partiti - raccomando loro di evitare di tagliare la spesa della giustizia. Peraltro, lavoro e scuola vengono valutati positivamente dal giudice di sorveglianza quando deve concedere i benefici, come permessi o altro».
Totò Cuffaro parla come un fiume in piena, si appassiona per le condizioni in cui vivono i carcerati. Sembra di rivedere dietro gli occhiali che ogni tanto riposiziona sul naso per nascondere l'emozione, il politico di tante battaglie passate.
Ormai l'integrazione in questa nuova, dolente realtà sembra pienamente compiuta.
«Però, i primi giorni non volevo uscire neanche dalla cella. Avevo del carcere l'idea che dà la tv, con gli agenti pronti a picchiare. Tutto ciò è fuori dalla realtà. Poi, mi hanno trasferito in una "quadrupla", ma inizialmente non avevo ben accettato questa decisione. Dopo due giorni, non solo ho capito che avevano ragione, ma ho compreso che avevo bisogno anch'io di confrontarmi direttamente con questa realtà».
Per chi ha avuto quasi per l'intera vita adulta sempre importanti ruoli istituzionali, non può essere semplice accettare un cambio così radicale.
«Il carcere non è quello che sei stato, ma ciò che sei qua dentro. La stragrande parte di questa gente è solidale, generosa. Il carcere non mi ha cambiato il carattere. Se il carcere fa una cosa è quella di esaltare il tuo carattere. Nel bene e nel male».
E' difficile fare a meno della politica?
«La politica mi manca. Avevo soli 16 anni quando manifestai alla festa del Primo Maggio al mio paese, Raffadali. Ora ne ho 53. Qui ti trovi di fronte alla tua realtà. La politica, purtroppo, è un capitolo chiuso. Oltre la condanna, ho l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. La politica continuo a seguirla, ma non a viverla. Posso solo subirla. Non sono più un soggetto politico attivo. Mi sembra di vivere la legge del contrappasso; a me è stata applicata una sorta di pena dantesca: per tutta la vita candidato ed eletto. Ora mi è stata tolta persino la possibilità di votare».
Sembra di avvertire qualche punta di risentimento in queste parole.
«Non ho né rancori né risentimenti nei confronti di nessuno; né della politica, né delle istituzioni che mi hanno condannato. Ho accettato la sentenza con convinzione e rispetto le istituzioni che me l'hanno comminata, anche per rispetto di me stesso. Altrimenti, non avrei rispettato quei siciliani che mi hanno consentito di governare per tanti anni. Ciò mi fa stare bene con me stesso. Sconto la mia pena con grande fatica che non è nel corpo, pur essendo dimagrito di 20 chili. La fatica maggiore sta nella testa: questa fatica che si è insinuata nel tuo cervello e non ti lascia mai. In questi momenti trovo una grande serenità nell'abbandonarmi alle preghiere. Ringrazio Dio di avermi dato la vita e di mantenermela, anche in queste difficoltà. La vita vale la pena di essere vissuta. Ho avuto sempre la fortuna di avere la fede. I miei genitori me l'hanno inculcata fin da bambino, poi, otto anni a scuola dai salesiani. Così come è fondamentale l'amore della mia famiglia».
Quante volte al mese possono venire a farti visita?
«Io subisco le ristrettezze per la condanna secondo l'art. 7 per favoreggiamento aggravato. Durante un mese ho diritto a quattro ore di colloqui e a due telefonate di 10 minuti ciascuna che dedico ai miei anziani genitori che non possono venire a trovarmi. Mia moglie, i miei figli e i miei fratelli vengono ogni settimana per un'ora. Ho tentato di dissuaderli dal sottoporsi a questa fatica, ma no ho avuto il coraggio di impedirglielo. Nonostante le frequenti visite dei miei familiari, nonostante le visite dei tanti parlamentari e anche tante di alti prelati, come mons. Rino Fisichella e come mons. Luigi Bommarito che è venuto a trovare me, ma che fa anche spesso visita ai miei genitori; nonostante le 3.500 lettere ricevute (oltre il 50% di gente che non conosco e che mi invita a resistere), se non avessi avuto la fede…».
Nonostante tutto, comunque, la sofferenza è enorme.
«La cosa che mi fa più male è quando mi assale l'angoscia che il carcere non stia rinchiudendo solo me, ma che stia imprigionando con le sue mura virtuali anche mia moglie, i miei figli, i miei genitori. Questo mi fa molto male. Ho deciso di viverlo il carcere, ma l'idea che debbano pagare anche loro è la cosa che più mi fa male. Il primo colloquio, dopo due giorni dall'arresto, mi ha lacerato il cuore».
Le visite dei politici, alcuni compagni di tante battaglie: anche queste sono state utili per tenere alto il morale?
«Certamente, tra gli altri, sono venuti a trovami Cesa, per due volte Casini, l'ultima volta pochi giorni fa, Castagnetti, Burtone, Lupi. Ma sono incontri di pochi minuti perché loro formalmente non vengono per me, ma per visitare il carcere».
E dire che se oggi c'è l'Udc si deve ad un giovane paffutello che negli Anni '90 quando i partiti crollavano non ebbe timore a tenere alto il vessillo dello Scudocrociato. Ora si parla in Italia di dare vita al Ppe.
«Ho speso tutta la mia vita politica per tenere in vita l'idea della Dc. Quando la Dc c'era e soprattutto dopo. Il rischio che non resti più nulla è una grande sofferenza. In questi giorni, però, si è accesa una speranza. Mi auguro che la nomina di Angelino Alfano e la sua idea di dare vita il Ppe vada in porto».
Alfano nel suo discorso dell'investitura ha lanciato il "partito degli onesti": ma con quel che sta succedendo nel Pdl a livello giudiziario, non è azzardato?
«Sulla vicenda del partito degli onesti e sui problemi giudiziari di esponenti del Pdl, non ho alcun titolo per parlare. Però, finora il Pdl non aveva mai detto di volere fare il Ppe in Italia. Finora ha contenuto un po' di tutto: ex democristiani, ex socialisti, ex repubblicani, ex socialdemocratici, ex missini. Ora con il Ppe, quelli che sono stati i contenuti e i valori della Dc tornerebbero ad essere esaltati. Non sono più in politica, ma se ci fossi la cosa mi alletterebbe».
Il governo Berlusconi è nella bufera della crisi finanziaria. Sono in parecchi a chiedere le dimissioni del premier.
«Non ho elementi per dare un giudizio, ma penso che Berlusconi resisterà. Bersani è monotono, la gente dall'opposizione si attende proposte concrete. E' certamente più costruttivo l'atteggiamento di Casini».
Anche un altro ex Udc, il ministro Saverio Romano, sta vivendo giornate difficili dal punto di vista giudiziario.
«Mi auguro con tutto il cuore che questa vicenda si chiuda subito. Non posso, però, parlarne».
La procura della Repubblica di Catania, ha chiesto l'archiviazione per Raffaele Lombardo, indagato nell'ambito dell'inchiesta antimafia Iblis.
«Sono contento per lui. Spero che gli vada bene. Sarebbe un brutto colpo per la Sicilia dopo un'esperienza come la mia».
Ma è davvero ineluttabile per chi fa politica in Sicilia scendere a patti o in affari con la mafia?
«Credo di essere stato il politico siciliano che abbia speso di più in cinque anni di assessore all'Agricoltura e negli otto di presidenza. Ho decretato spese per miliardi, in lire e in euro. In tutto questo tempo nessuno mai ha potuto dire che abbia preso una tangente. Ma questo non è bastato. Mi è caduta sulla testa una tegola che non avrei mai immaginato».
La questione morale in politica è sempre in primo piano. Anche il Pd, dalla Sicilia alla Lombardia, è coinvolto in tante storie di mazzette. Cresce l'antipolitica.
«Non voglio parlare degli altri. Il malcostume c'è stato e continua ad esserci. Però, non si può fare di tutta l'erba un fascio. Se c'è una cosa che mi ha fatto incavolare in questi giorni, è stata l'aggressione al Parlamento. L'ho detto a tutti quelli che sono venuti a trovarmi: nessuno ha avuto il coraggio di difendere i parlamentari, ne pagheremo un conto salato. Questi giornalisti che si accaniscono contro la casta politica, guadagnano forse meno dei parlamentari? Sono dei moralisti in passerella, come Santoro che mi querelò perché dissi che guadagnava 800mila euro l'anno, più esattamente 790mila. Poi, ritirò la denuncia perché avevo detto la verità».
Hai saputo della morte violenta di Ludovico Corrao?
«Mi aveva scritto una bellissima lettera, accompagnata da un libro su don Primo Mazzolari quando è venuto in Sicilia. Sono molto addolorato per la sua scomparsa».
Come si mangia in carcere?
«Mangio quello che mi danno, non mi faccio portare nulla da casa, anche perché ci sono delle restrizioni. Per esempio, possiamo ricevere carne impanata, ma a condizione che sia sottile. Nel passato tra la carne e la crosta hanno trovato cocaina. Vietate, invece, polpette, salsa e sughi, caponata, carne con l'osso e dolci con la crema. Si possono ricevere salame purché tagliato a fette, formaggi duri. Prima qui vendevano vino e birra, ma poi qualcuno si ubriacava e li hanno tolti. Poi, non si può usare la schiuma da barba, ma è concesso l'uso della bomboletta del gas. In questo periodo mi manca l'anguria».
Ma un buon mangiare aiuta a tenere su il morale.
«Il problema vero di tutti è la depressione. Hai dei momenti in cui sei borderline. Basta poco per varcare la soglia della disperazione. C'è un servizio di assistenza psicologica, la cosa più importante è il rapporto con la gente che ti circonda».
Si dice che sei l'unico politico che stia pagando per tutti. Nessun altro ha subìto una condanna come la tua.
«Io sono stato parte integrante del sistema, non sono stato la ruota di scorta. Questo sistema l'ho vissuto e l'ho accettato. Ora che questo sistema ti mette alla prova che fai? Gli gridi contro? Non sarei credibile se mettessi a dire che fa tutto schifo. Non avrebbe senso. E' più dignitoso stare in un angolo. Non me la prendo con nessuno, neanche con me stesso. Qualche cosa me la lascerà il carcere. Prima ti toglie tanto, ma potrà darmi tanto. Mi ha molto colpito quanto sostiene nel suo libro Ingrid Betancourt: la condanna ti toglie una parte della libertà, quella fisica, ma il carcere non ti può togliere la libertà dell'anima. Se ogni detenuto riuscisse a capire ciò, sconterebbe meglio la pena. Insomma, si può essere liberi anche in carcere se lo è la propria anima. Io, gli ultimi mesi della mia vita da libero, li ho vissuti in una sorta di libertà condizionata. Dopo la sentenza di appello, esattamente un anno dopo è arrivato il verdetto della Cassazione. In quel lasso di tempo non sono stato libero, avevo perso quella libertà che paradossalmente ho conquistato qui. Certo, il carcere mi avrà rubato del tempo, mai più recuperabile, che avrei potuto dedicare agli affetti, ma non mi ha rubato la vita. Qui è forte la voglia di vivere e di amare. Il carcere fa rivalutare tante cose che non capisci e che dai per scontate».
E' possibile che la mafia condizioni in modo così pregnante la vita politica siciliana?
«Questa è la storia di sempre e non tocca a me fare l'elenco. Sono stato il presidente di Regione che ha speso di più in assoluto. Ho la consapevolezza di non avere mai voluto favorire la mafia. A me è capitato di sbattere contro la mafia. Se fossi stato più cauto? Non saprei. Intanto, le sentenze ci sono e si rispettano. Io sono finito in un vortice mediatico. Sono stato, probabilmente, condannato dal pregiudizio. E' passato il messaggio che ho festeggiato a cannoli la condanna di primo grado a cinque anni. Non sono riuscito a fare passare la verità, cioè che io i cannoli li stavo togliendo e non li stavo offrendo».
Quanto è difficile fare il bravo detenuto per chi ha vissuto una vita fra i privilegi?
«Per me è più difficile fare bene il detenuto, che fare bene il presidente della Regione. E' stata una fatica abituarsi dall'essere tutto ad essere nessuno. Un passaggio brusco. Privilegi qui è meglio non averne, l'unico che non ho perso è che, come quand'ero a casa c'era qualcuno che mi portava il caffè a letto, anche qui ci sono alcuni compagni che fanno la stessa cosa. Caffè ne prendo tanti».
Il tempo è volato. E' arrivato il momento del congedo. Un forte abbraccio, poi Totò torna nella sua cella dove sta studiando Economia politica e Diritto ecclesiastico per poi passare al Diritto privato. E non nasconde l'orgoglio di avere già superato due esami con 30 e lode: Diritto pubblico e Istituzioni di diritto romano, sostenuto con Oliviero Diliberto, ex segretario del Pdci.
In pochi minuti sono fuori dal carcere e dal vicino parco sento una melodia. E' una cornacchia.

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