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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/08/2011  -  stampato il 04/12/2016


Braccialetto elettronico. Anniversario di un sistema di controllo piu caro ed inutile.

Potrebbe essere di platino e tempestato di diamanti grossi come il Koh-i-Noor, per quanto costa. Invece è fatto di pochi fili elettrici e di qualche sensore, annegati in 45 grammi di plastica anallergica. Ecco a voi il monile più caro e più inutile nella storia della giustizia italiana: il braccialetto elettronico per il controllo a distanza dei detenuti.
Lanciato in pompa magna il 5 aprile 2001 da Enzo Bianco, ministro dell’Interno del governo di Giuliano Amato, da allora il più tecnologico degli strumenti carcerari è stato fatto indossare in tutto a una decina di persone agli arresti domiciliari. Per una spesa folle, che il prossimo 31 dicembre arriverà a circa 110 milioni di euro: quasi 11 milioni per ognuno dei braccialetti usati.
È istruttivo ripercorrere la storia ormai decennale di questo spreco assurdo, proprio nel momento in cui le prigioni esplodono, con 67 mila detenuti stipati in celle che potrebbero contenerne 44 mila, e mentre il governo ha difficoltà a pagare gli straordinari ai 38.750 agenti di custodia. E lo scandalo è doppio: perché i braccialetti elettronici da noi si sono rivelati esclusivamente un costo inutile, visto che al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dichiarano che «quasi sicuramente oggi non ne funziona più nemmeno uno».

Però in molti paesi vengono utilizzati per decine e decine di migliaia di reclusi (riquadro a destra), alleggerendo i penitenziari e liberando cospicue risorse economiche.
Va detto che la sperimentazione andò male fin dall’inizio. Nel 2001 il governo Amato aveva stipulato contratti con cinque aziende fornitrici e Bianco aveva annunciato che 400 apparecchi sarebbero stati messi a disposizione di giudici e polizia in cinque città: Milano, Roma, Napoli, Torino e Catania. In realtà quelli utilizzati furono pochissimi.

Probabilmente vennero anche scelti male i soggetti cui applicarli. Il 21 aprile 2001 il braccialetto numero 1 fu stretto alla caviglia destra di Cesar Augusto Albirena Tena, un peruviano condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per traffico di droga. Per 60 mila lire al giorno la ditta garantiva che, se si fosse allontanato di 10 metri dalla centralina, collegata al telefono della sua minuscola abitazione milanese, sarebbe scattato un allarme nella centrale operativa e in questura; altrettanto sarebbe accaduto se avesse tentato di manomettere l’apparecchio. La sirena partì alle 11.04 del 26 giugno: Cesar Augusto aveva tagliato la plastica e la corda. Altrettanto accadde il 25 luglio 2002, sempre a Milano: a «evadere» fu un ergastolano messinese, il killer Antonino De Luca, ricoverato all’ospedale Sacco di Milano. Alla fine dell’anno Mario Marino, che a Catania aveva scelto il braccialetto per scontare a casa una pena per rapina, se lo sfilò esasperato: «Suonava ogni 5 minuti, anche di notte» spiegò. «Alla fine ho rotto tutto. Sapevo che così sarei tornato in carcere: ma lì, almeno, avrei potuto dormire».
Quei primi insuccessi, era ovvio, dovevano essere messi in conto. Invece accesero polemiche strumentali, anche perché fu chiaro da subito che la sperimentazione, disorganizzatissima, non era mai decollata davvero. I giudici non chiedevano i braccialetti, per i quali occorreva comunque l’assenso del recluso, e nei rari casi in cui accadeva le questure non sapevano trovarli in tempi rapidi. Il nuovo governo decise quindi di rivedere tutto e il 6 novembre 2003 (ministro dell’Interno era Giuseppe Pisanu) venne firmato un contratto unico, stavolta con la Telecom, che comprendeva noleggio degli apparecchi, installazione dei braccialetti e assistenza al controllo. L’intesa prevedeva un costo di 10 milioni 369 mila euro per il 2003, più un canone annuo di 10,9 milioni dal 2004 al 2011. In totale poco più di 97,5 milioni, che andavano a sommarsi ai soldi già spesi nei primi due anni della sperimentazione, che il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (il Sappe) oggi calcola in altri 10 milioni.
Che cosa il nuovo accordo prevedesse dal punto di vista operativo lo ha raccontato nei dettagli Gianfilippo D’Agostino, direttore del public sector dell’azienda, ascoltato l’11 maggio 2010 dalla commissione Giustizia della Camera: «Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale. E la Telecom dispose un servizio attivo 24 ore al giorno, con una grande centrale di controllo installata a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d’Italia. L’allarme avrebbe suonato al più tardi dopo 90 secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi. E dal 2003 a oggi non abbiamo rilevato alcun problema operativo».
Il vero problema è che, in quella medesima audizione, incalzato dalle domande della deputata radicale Rita Bernardini, il manager della Telecom ammise che in quel momento le unità attivate erano appena 6 su 400. Interrogata da Panorama, l’azienda delle telecomunicazioni conferma che non importa il numero dei braccialetti funzionanti: la centrale di Oriolo è attiva e il servizio viene comunque garantito. Così, fino al prossimo 31 dicembre, lo Stato ha continuato e continuerà a pagare quasi 11 milioni d’euro l’anno, per nulla.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dice: «Visto lo scarso utilizzo del braccialetto ho parlato con la Telecom per vedere cosa si poteva fare, ma l’azienda ha dato attuazione all’accordo regolarmente». Aggiunge il ministro: «Lo scarso utilizzo del braccialetto comunque non dipende da noi. È la magistratura che ne dispone l’utilizzo. Al Viminale dobbiamo controllare che chi è agli arresti domiciliari non scappi; ma è solo un giudice che decide se utilizzare o meno tali strumenti: può farlo, ma non lo fa».
Maroni ha ragione. Vari magistrati, sentiti da Panorama, dimostrano addirittura di non sapere che la sperimentazione sui braccialetti è ancora in corso. Uno dei pochi che risponde a tono è Enrico Tranfa, presidente del tribunale del riesame a Milano: «A me» dice «non è mai capitato un avvocato che ne richiedesse l’uso. Il sistema però mi pare macchinoso. E comunque o un imputato è affidabile, e allora ottiene gli arresti domiciliari, oppure non lo è. Forse si potrebbe rendere obbligatorio il controllo elettronico come una terza via più restrittiva».
Anche Donato Capece, segretario del Sappe, contesta le procedure, troppo complesse, ma soprattutto che la gestione degli apparecchi sia stata affidata alle questure: «Doveva essere la Polizia penitenziaria a occuparsene» sostiene. «Noi siamo sul campo e conosciamo i diretti interessati». Certo, con 110 milioni si sarebbe potuto costruire un carcere modello come quello di Trento, varato nel 2010 e costato per l’appunto 112 milioni. «Peccato» dice Capece «che oggi ospiti 100 detenuti sui 350 previsti. Del resto, anche progettare nuove prigioni senza agenti di custodia non ha molto senso».
Ne ha ancora meno costruirne senza completare la strada d’accesso: è accaduto ad Arghillà, alle porte di Reggio Calabria (300 posti). È stato completato nel 2004, da allora mancano 100 metri di asfalto di collegamento con l’autostrada. E costerebbero sicuramente meno di un braccialetto.