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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/08/2011  -  stampato il 02/12/2016


Che effetti previdenziali ci saranno con la manovra bis per i dipendenti pubblici?

Una delle considerazioni che discendono dallo studio della recente manovra (D.L. n. 138/2011) è inerente all'inquadramento dei dipendenti pubblici. Pur se non si sono verificate le ipotesi precedentemente circolate riguardo ad una paventata riduzione delle retribuzioni, si rinvengono comunque disposizioni abbastanza penalizzanti quali il rinvio biennale della corresponsione della buonuscita o le previsioni in materia di tredicesima mensilità nel caso in cui il dipendente dovesse trovarsi nella incolpevole situazione di essere alle dipendente di una amministrazione non particolarmente efficiente. Come ragionamento induttivo diventa allora sempre meno verosimile che possa darsi finalmente impulso alla previdenza integrativa di comparto per il pubblico impiego. Non va infatti dimenticato come con riferimento a tale profilo lo Stato non sia unicamente il "livellatore del campo da gioco" ma parte datoriale, con la necessità di prevedere per versare il contributo a proprio carico di uno specifico stanziamento in Finanziaria.

Una previdenza in ritardo: al momento oltre ad Espero, destinato ai lavoratori del settore scuola, pur essendo stati firmati in alcuni casi gli accordi istitutivi (Perseo e Sirio per sanità ed enti locali e dipendenti ministeriali), non sono disponibili ancora organismi previdenziali di riferimento.

Il tema del ritardo non è irrilevante, considerando la particolare consistenza numerica dei dipendenti del pubblico impiego, secondo dati della Ragioneria generale dello Stato, pari a circa 3, 6 milioni di lavoratori; si consideri poi la vastità in senso orizzontale della “scopertura” che va dal Servizio Sanitario Nazionale (726.728 dipendenti), agli Enti Pubblici non Economici (63.987), agli Enti di Ricerca (19.940), alle Regioni ed Autonomie Locali (601.494), Regioni ed Autonomie Speciali (79.336), ai Ministeri (195.327), alle Agenzie Fiscali (58.404), alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (2442), ai Monopoli e Vigili del Fuoco (36.009), alle Università (142.244), ai Corpi di Polizia (331.698), Forze Armate (137.342), Magistratura (10.429), Carriera Diplomatica (983), Carriera Prefettizia (1561), Carriera Penitenziaria (506).

Va poi rammentato come al momento gli effetti della riforma della previdenza complementare, entrata in vigore al 1° gennaio 2007, non siano ancora estesi ai dipendenti pubblici in caso di adesione ai fondi pensione di comparto con particolare riferimento a temi quali le agevolazioni fiscali, le anticipazioni, il silenzio assenso. Si applicano quindi ancora le disposizioni della normativa precedentemente vigente (deducibilità entro il limite del minore tra 12% e 5.164,57 euro con il limite del doppio del TFR, anticipazioni simili a quelle previste per il TFR ai sensi dell’art. 2120 c.c.).

Va sicuramente considerato come il settore del pubblico impiego sia caratterizzato da peculiarità sue proprie (presenza nella maggior parte dei casi del trattamento di fine servizio e non del trattamento di fine rapporto), ma l’attuale doppio binario tra settore privato e settore pubblico nella previdenza complementare deve trovare necessariamente un punto di convergenza in un futuro prossimo, considerando anche che sono trascorsi ormai più di 10 anni (1996) dalla previsione normativa dei fondi pensione anche per i dipendenti pubblici.

Va poi aggiunto come dal punto di vista previdenziale i dipendenti pubblici siano equiparati ai dipendenti privati (in particolare per quel che riguarda l’applicazione del metodo contributivo) con una fortissima probabilità di consistente “scopertura previdenziale” prospettica

Cosa significa allora per quasi tutti i dipendenti pubblici (tranne scuola) il non avere un fondo pensione di riferimento ed eventualmente come provvedere nel frattempo che vengano attivati? I costi sono di due tipi:

- il mancato contributo del datore di lavoro;

- il “costo opportunità” figurativo: non attivare da subito un percorso “complementare” significa rinviare al futuro la necessità di provvedere con il rischio molto concreto di dover concentrare in poco tempo consistenti sforzi finanziari.

Cosa fare nel “durante”: occorre allora che il dipendente pubblico “faccia di necessità virtù”. In attesa che passi il “cigno nero” che sembra fortemente rallentare l’iter di avvio dei fondi pensione negoziali di riferimento, la “soluzione ponte”, in attesa potrebbe essere rappresentata dalla adesione a soluzioni di previdenza integrativa individuale, vale a dire fondi pensione aperti o PIP.

Quali sono i vantaggi individuabili? In primo luogo l’attivare un piano di versamenti in maniera tale da rendere più elevato il montante contributivo al pensionamento. Di fatto si costruisce poi un più ampio intervallo di versamento con una adeguata diversificazione temporale e più elevati rendimenti finanziari potenziali. Da non sottovalutare poi il recupero del beneficio fiscale, ancor più accentuato dal mantenimento all’11% del regime di tassazione in fase di accumulo dei fondi pensione rispetto al 20% previsto per le rendite finanziarie.

Per quel che concerne la scelta del singolo strumento previdenziale vanno considerati con molta attenzione i costi e le linee di investimento a disposizione. Una volta scelto lo strumento è suggeribile adottare linee di investimento “tranquille” per omogeneizzare i percorsi finanziari quando partiranno gli organismi di investimento previdenziale collettivi dei “pubblici”; sarebbe consigliabile evitare le linee azionarie.

Cosa succede alla partenza dei fondi di comparto: ma supponendo che un pubblico dipendente oggi aderisca ad un fondo pensione aperto o ad un PIP , cosa succede nel momento in cui partirà il suo fondo di categoria? Avrà in sostanza quattro possibilità:

1) trasferire la propria posizione individuale (in neutralità fiscale) maturata al fondo. Aderire alla soluzione individuale gli è comunque servito a “colmare” il periodo di inattività dello strumento negoziale.

2) aderire al fondo pensione di categoria mantenendo anche la posizione nel fondo aperto/pip. Quando andrà in pensione avrà allora tre trattamenti: pensione pubblica, pensione da fondo di categoria, pensione da fondo aperto/fip

3) nel caso in cui valutasse non conveniente la trasformazione del tfs in tfr, non aderire al fondo negoziale e proseguire , in regime di piena deducibilità fiscale, il piano di versamenti nel fondo aperto/fip

4) se le condizioni economiche individuali lo consentono, si potrebbe proseguire il piano di versamenti nel pip/fondo pensione aperto aderendo contemporaneamente al fondo di comparto.