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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/09/2011  -  stampato il 08/12/2016


La carta stampata e la «Carta di Milano»: giornalisti pił gentili coi detenuti.

«Quante volte un articolo di giornale ha bloccato riforme importanti che andavano fatte in tema di carcere e di giustizia. Ancora oggi ci sono mostri sbattuti in prima pagina»: così il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia (nella foto), si schiera a fianco agli Ordini dei giornalisti della Lombardia, dell’Emilia Romagna e del Veneto nell’iniziativa (la «Carta di Milano») presentata l’altro ieri a Milano. Obiettivo: convincere e in qualche modo costringere i giornalisti, quando scrivono di delinquenza e di carcere, ad attenersi a precise linee guida. Obiettivo: evitare che episodi di cronaca nera di cui si rendono protagonisti detenuti semiliberi, agli arresti domiciliari o usciti in altro modo anzitempo dal carcere vengano presi come spunto per polemiche contro il «buonismo» del sistema penitenziario italiano. Le norme varate dall’Ordine prevedono l’obbligo per i cronisti di riportare i dati che dimostrano la bontà delle misure alternative alla prigione e a tutelare i diritti del cittadino detenuto o ex detenuto. Per i giornalisti che verranno meno a tali direttive, saranno possibili provvedimenti disciplinari.
Nel testo reso noto dall’Ordine dei giornalisti lombardi si legge che i redattori sono «invitati a osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i cittadini privati della libertà in quella fase estremamente difficile e problematica di reinserimento nella società» e ad «usare termini appropriati in tutti i casi in cui un detenuto usufruisce di misure alternative al carcere o di benefici penitenziari evitando di sollevare un ingiustificato allarme sociale e di rendere più difficile un percorso di reinserimento sociale che avviene sotto stretta sorveglianza», nonchè a «tenere conto dell’interesse collettivo ricordando quando è possibile dati statistici che confermano la validità delle misure alternative al carcere e il loro basso margine di rischio».
Si tratta, insomma, di dare agli organi di informazione alcune linee guida in materia di informazione sul carcere: raccomandando di dare conto delle assoluzioni e non solo delle sentenze di condanna, e invitando a riconoscere agli ex detenuti il «diritto all’oblio», evitando cioè i rammentare a ogni occasione i loro precedenti penali (tranne nel caso di «crimini contro l’umanità o ad altri gravi fatti che abbiano modificato il corso degli avvenimenti diventando Storia»). Si raccoglie anche la lamentela del personale penitenziario, chiedendo ai giornalisti di non usare più l’espressione «secondini» sostituendola con «poliziotti, agenti di polizia penitenziaria o personale in divisa». Ma la parte essenziale del decalogo emanato dall’Ordine riguarda il trattamento da riservare a tutte le notizie che in qualche modo riguardano la legge Gozzini o altri benefici carcerari, spesso vissuti dalla pubblica opinione come ingiustificate forme di buonismo verso i colpevoli. «L’Ordine dei giornalisti raccomanda ai direttori e a tutti i redattori di aprire con i lettori un dialogo capace di andare aldilà della semplice informazione per far maturare una nuova cultura del carcere che coinvolga la società civile» e segnala «l’opportunità che l’informazione sia il più possibile approfondita in modo da assicurare un approccio alla questione criminale che non si limiti alla eccezionalità dei casi che fanno clamore». «Tutti i giornalisti sono tenuti all’osservanza di tali regole per non incorrere nelle sanzioni previste dalla legge istitutiva dell’Ordine».

fonte: IL GIORNALE