www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/09/2011  -  stampato il 08/12/2016


Champagne lauti pranzi e veglie notturne per i boss uccisi.

Che gli istituti di pena, nonostante lo sforzo di operatori ed educatori, spesso non assolvano a quell'opera di rieducazione del condannato voluta dall'art. 27 della Costituzione, è purtroppo notorio. Negli anni non ha fatto eccezione neppure il vecchio carcere di Vibo, oggetto nell'ultimo decennio delle "confessioni" ai magistrati dei collaboratori Antonio Sestito di Crotone, Gerardo D'Urzo di Sant'Onofrio e Francesco Fonti di Bovalino, che nel vecchio "Sant'Agostino" hanno trascorso negli anni '80 alcuni periodi di detenzione. E così, se il collaboratore Sestito aveva ben descritto al pm Marisa Manzini – nell'ambito dell'inchiesta "Nuova Alba" – le "regole" interne a quel carcere dove i pranzi per i detenuti "di peso" sarebbero stati forniti dall'esterno dai capi della cosca Lo Bianco, il pentito D'Urzo si era soffermato con il pm Patrizia Nobile sulla facilità di comunicazione fra gli affiliati in libertà ed i personaggi più in vista dei clan Mancuso e Fiarè, reclusi all'epoca nel "Sant'Agostino".
Il collaboratore Fonti – balzato agli onori delle cronache per la "navi dei veleni" – aveva dal canto suo dichiarato, nell'udienza del processo "Genesi" del 22 aprile 2010, che il patriarca del clan di Limbadi, Francesco Mancuso ( deceduto nel 1997), il 13 ottobre dell '85 aveva voluto nel carcere di Vibo una "veglia funebre" in onore del boss di Reggio, Paolo De Stefano, ucciso da latitante nella sua Archi in risposta all'autobomba che a Villa San Giovanni era costata due giorni prima la vita a tre guardaspalle del boss rivale Nino Imerti, noto come "Nano feroce". Per la prima volta, però, due sentenze si occupano ora di quanto avvenuto all'interno del nuovo carcere di Vibo di località "Castelluccio", istituto di pena fra i più importanti della regione.
Il verdetto più recente è la sentenza del 6 luglio scorso della Corte d'Asside d'Appello di Reggio, relativa alla faida di San Luca che ha poi portato alla strage di Duisburg del ferragosto 2007. I giudici nel condannare ad 8 anni per associazione mafiosa alcuni esponenti dei clan di San Luca, danno per giudiziariamente provate le affiliazioni alla 'ndrangheta, avvenute all'interno del carcere di Vibo, di Roberto Aguì, 30 anni, e Giuseppe Pipicella, 40 anni, alias "Peppe u zipangulu". A svelare i retroscena di quanto avvenuto nel carcere vibonese sono le dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Marino, 35 anni, ex affiliato al clan "Vrenna-Bonaventura" di Crotone. Marino ha spiegato ai magistrati reggini, in un verbale del 29 settembre 2009 poi confermato in udienza il 28 febbraio scorso – di essere stato detenuto sino al dicembre del 2007 nel carcere di Vibo, in compagnia di Franco Vottari, alias "u Frunzu", Emanuele Biviera, Giuseppe Pugliesi, Giuseppe Biviera, Vincenzo Biviera, Raffaele Stranieri, Roberto Aguì e Antonio Pelle, tutti di San Luca e ritenuti dall'accusa organici al clan dei "Pelle-Vottari" contrapposto ai "Nirta- Strangio". Gli otto detenuti si trovavano reclusi a Vibo poiché coinvolti nell'operazione "Fehida" del 30 agosto 2007. Secondo le sentenze di primo e secondo grado, Vincenzo Marino su incarico di Francesco Vottari – al fine di rendere più facile la vita in carcere per i giovani detenuti –, oltre ad Aguì e Pipicella (che erano stati assolti in primo grado) avrebbe "battezzato" nei pressi del campo di calcetto, all'interno del carcere di Vibo, anche Antonio Pelle, Raffaele Stranieri, ed i tre Biviera (tutti condannati già in primo grado). Per compiere il "rito" di affiliazione sarebbe stata utilizzata la fontana del carcere adiacente al campo di calcio. Sul punto sono state ritenute importanti le dichiarazioni di riscontro rese dal maggiore dei carabinieri Alessandro Mucci e dal maresciallo Francesco Natale. In particolare, Mucci aveva riferito in aula di aver accertato come veritiera l'asserzione secondo la quale il collaboratore Marino tra l'ottobre e il novembre 2007 aveva condiviso la cella con Raffaele Barletta, ritenuto esponente del "locale" di Guardavalle, e con Vincenzo Lamari, dell'omonimo clan di Laureana di Borrello, i quali avrebbero assistito al "battesimo" dei giovani dei Pelle-Vottari.
Il maresciallo Natale aveva invece confermato – così come raccontato da Marino – che la polizia penitenziaria di Vibo aveva rinvenuto un bigliettino che Roberto Aguì avrebbe tentato di passare ai congiunti durante un colloquio. Fatto del quale erano state informate pure le Procure di Vibo e Reggio. La sentenza per la faida di San Luca attende ora solo il vaglio della Cassazione. Ultimo esame dei giudici che potrebbe definitivamente portare a far luce anche su quanto avvenuto all'interno del carcere di Vibo.
 
Fonte : Gazzetta del Sud