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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/11/2011  -  stampato il 07/12/2016


Documentario "il volto della Medusa": scene di ordinaria vita carceraria

La sala della Casa del Cinema è strapiena - c'è anche il magistrato Roberto Scarpinato - ma non si proietta un film. Il volto della Medusa, il documentario di Donata Gallo, presentato nella sezione Off-doc del Festival di Roma, racconta la vita nel carcere di Porto Azzurro. Una giornata tipo delle persone che ci lavorano: agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, il direttore che spiega come "un carcere non debba creare 'buoni detenuti' ma 'buoni cittadini'". E la vita dei detenuti, la realtà nuda e cruda. "Viviamo reclusi, come loro", dicono le guardie che si confrontano con la loro vita, fuori dalla fortezza. "Io cerco di non portarmi il lavoro a casa", sottolinea una di loro. Un collega: "Facendo questo mestiere diventi diffidente, sei pieno di preconcetti sulle persone, ti guardi in giro e pensi: quello sarà un pregiudicato? Devi toglierti la divisa e tornare alla vita". Un altro vede solo film che parlano della prigione: Fuga da AlcatrazLe ali della libertà, lo prendono in giro, li conosce a memoria.

La regista filma le riunioni degli operatori che cercano di valutare i comportamenti, per restituire - parzialmente - i detenuti alla vita, "fuori", per dargli la possibilità di accorciare il tempo "dentro". Fuori c'è il mare, la bellezza degli scorci dell'isola dell'Elba, il sole che tramonta; il contrasto è stridente 

Ogni detenuto ha esigenze diverse, c'è chi vuole un lavoro, chi si preoccupa del "dopo", "perché se non vedi tuo figlio per quindici anni poi sei un estraneo per lui". E c'è chi preferisce non incontrare il figlio piccolo in carcere, gli ha detto che è in viaggio. Le guardie si confrontano con situazioni estreme, tentativi di suicidio: c'è chi ha ingoiato una lametta, chi si continua a tagiuzzare lo stomaco, chi si è cosparso d'olio per provare a darsi fuoco. "A volte è questione di  minuti, io sono corso che un ragazzo si voleva impiccare, aveva già legato le lenzuola. Hanno tutti l'epatite, bisogna stare attenti, devi portarti sempre i guanti, io ne tengo tre-quattro paia in tasca". Ma spesso mancano i soldi, e mancano anche i guanti. Prodotto da Carlo degli Esposti, il documentario fotografa una realtà difficile, dolorosa, che apre una serie di interrogativi sul carcere. 

L'emergenza è quotidiana, ma la vita a Porto Azzurro scorre. Rodriguez può tornare a casa, gli hanno concesso i domiciliari e sarà libero dalle 9 alle 12 di mattina, gli spiegano che deve rigare dritto, che non può incontrare pregiudicati, deve firmare alcune carte e può andare. Annuisce. "Quando?". "Oggi esci, basta che sbrighi le pratiche, ritiri la tua roba in magazzino". La gioia è incontenibile. Chi fa la fila per telefonare protesta, non ha risposto nessuno, dovrà aspettare un altro turno.

Trecentoquarantre detenuti, 119 guardie, quattro educatori, i tagli colpiscono ovunque. "Frequentando l'isola d'Elba mi sono resa conto che tutti avevano un padre o un fratello che ha lavorato lì", racconta Donata Gallo "così ho deciso di fare un film sul personale del carcere. L'impatto è stato molto forte, uno shock, per questo mi è venuto in mente il mito della Gorgone Medusa. Il titolo è preso in prestito dalle pagine di un libro molto amato scritto dal magistrato antimafia Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe: 'E' come guardare il volto della Medusa, sei fortunato se il cuore non ti si impietrisce per sempre, questo è un luogo che ti fa serio' e mi sembra molto adatto alla situazione. In carcere c'è disperazione, solitudine, miseria, ma ho posto un accento molto forte sulla convivenza tra il personale carcerario, persone splendide, e i reclusi. Non ho avuto difficoltà a girare, ma chi lavora in un carcere è abituato al silenzio e alla discrezione, quindi abbiamo deciso qualche argomento da affrontare davanti alla macchina da presa, eravamo solo io e un operatore. Non c'è stato nessun protagonismo da parte dei detenuti, anzi". I detenuti non hanno visto il film, gli operatori sì. Una di loro commenta: "Prima avevamo qualche perplessità che potesse venire fuori un ritratto stereotipato, ma il film racconta la nostra realtà".

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