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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/12/2011  -  stampato il 10/12/2016


Regina Coeli: La "squadretta" si vantava dei pestaggi

Sevizie ai detenuti: sulla «squadretta» di Regina Coeli è in corso un'altra inchiesta. Anche in questo caso si ipotizzano abuso e violenza privata e gli indagati sarebbero gli stessi agenti di polizia penitenziaria. E se per i maltrattamenti a Julien Monnet, il pm Francesco Scavo ha appena chiesto il rinvio a giudizio di Rolando Degli Angioli e Luigi di Paolo, medico e infermiere della 7° sezione, in questo caso è il pm Corrado Fasanelli a indagare. Episodi denunciati da fonti riservate sui quali è in corso da tempo una verifica (complicata dalla tradizionale omertà e dal fatto che molte vittime delle sevizie sono state trasferite in altre strutture penitenziarie).

Nel 2009 fu la stessa polizia penitenziaria ad aprire un'inchiesta interna sulle violenze a Regina Coeli. Nel timore, forse, che le scorribande della «squadretta» potessero uscire dai confini carcerari. Solo in seguito si sono mossi i magistrati, ricostruendo, per intero, una singola vicenda. Il trattamento riservato a Julien Monnet, l'informatico francese accusato di tentato omicidio nel confronti della figlia e che a Regina Coeli fu picchiato e seviziato: «Gli venne inserito un catetere senza anestesia tanto da farlo urlare di dolore più volte», confermano i suoi difensori Alessandro e Michele Gentiloni Silverj. 

«In data 16 marzo 2009 - si legge nella prima relazione dell'ispettore della penitenziaria - si è appreso da fonte confidenziale e di sicura attendibilità» di alcuni episodi «avvenuti all'interno della Casa Circondariale di Regina Coeli. In particolare la fonte ha riferito dell'esistenza, all'interno della predetta Casa Circondariale, di una "squadretta" che porrebbe in essere gesti di violenza fisica e psicologica di inaudita crudeltà e senza alcun motivo nei confronti di alcuni detenuti ristretti presso la 7° sezione».

Dalla relazione si apprende anche che la «squadretta» si vantava delle sue imprese. Uno dei testimoni riferisce di aver ascoltato i protagonisti «vantarsi pubblicamente» delle proprie azioni e di aver sentito in prima persona il medico indagato nell'episodio Monnet «dare consigli al personale di polizia penitenziaria su come picchiare i detenuti. Ovvero quali erano le parti del corpo da colpire per evitare danni irreversibili e lasciare segni troppo evidenti».
 
Tra le vittime, soprattutto detenuti accusati di reati sessuali, gay e molti extracomunitari. Ieri sulla questione è intervenuto Donato Capece, segretario del Sappe (il sindacato autonomo): «La polizia penitenziaria è una istituzione sana, composta da uomini e donne che con alto senso del dovere, spirito di sacrificio e grande professionalità sono quotidianamente impegnati nella prima linea della difficile realtà penitenziaria». 
 
Ilaria Sacchettoni - http://roma.corriere.it