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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/12/2011  -  stampato il 10/12/2016


Ex Capo DAP Capriotti: la nota sul 41bis fu stilata da Di Maggio, uomo di Scalfaro

L'ex capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), Adalberto Capriotti, e l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, sono stati interrogati il 6 dicembre dai magistrati di Palermo, Nino Di Matteo, Paolo Guido e Lia Sava e dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia nell'ambito dell'indagine sulla trattativa tra Stato e mafia.

Il personaggio centrale nel racconto di Capriotti è stato Francesco Di Maggio, suo vice e uomo «intoccabile» nominato ad hocdall'allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro.
Più ermetica la deposizione di Mancino che ha negato, una volta di più, l'esistenza di qualsivoglia trattativa.

Ma veniamo ai fatti. Capriotti sottoscrisse, a giugno del '93, una nota, inviata al ministero della Giustizia, nella quale sollecitava il guardasigilli Giovanni Conso a non rinnovare il carcere duro a oltre 370 mafiosi. 
Si tratta di una nota di grande rilevanza per gli inquirenti che vedono proprio il carcere duro tra i punti oggetto della presunta trattativa.

Nella nota, l'allora capo del Dap annunciava a Conso che a novembre sarebbero scaduti 373 provvedimenti di 41 bis per altrettanti detenuti di «media pericolosità» e gli suggeriva di farli scadere per dare un segnale «positivo di distensione».


MENO PROVVEDIMENTI E PROROGHE PIÙ RAPIDE. 

Nel secondo punto del documento, Capriotti - riferendosi ai 41 bis applicati dal ministro della Giustizia Martelli ai capimafia dopo la strage di via D'Amelio - suggerì di ridurre del 10% i provvedimenti di carcere duro relativi ai mafiosi pericolosi. 
Al terzo punto, infine, chiese di ridurre da dodici a sei mesi la durata delle eventuali proroghe. 

Il documento firmato da Capriotti smentisce Conso, che ha sempre sostenuto di avere preso la decisione in totale autonomia e negato l'esistenza di un dibattito istituzionale sul carcere duro. 

Capriotti accusa Di Maggio, Gasparri provoca Mancino

Nel corso dell'interrogatorio, però, Capriotti ha dichiarato di non aver redatto la nota in questione, ma di averla trovata già pronta all'indomani della nomina a capo del Dap. Capriotti ha fatto capire agli inquirenti che a gestire tutta la vicenda fu il suo vice, Di Maggio, un personaggio chiave nella trattativa nominato ad hoc da Scalfaro, che lo fece dirigente generale dello Stato per consentirgli di avere i titoli necessari all'incarico: «Era intoccabile», ha raccontato Capriotti. Di Maggio è morto nel 1996. 
Dopo l'ex capo del Dap, gli inquirenti hanno sentito Mancino. 
All'ex ministro che compare nella testimonianza del pentito Giovanni Brusca, Maurizio Gasparri ha chiesto uno sforzo di memoria: «Stanno emergendo dettagli sempre più inquietanti. Ci auguriamo che Mancino faccia oggi chiarezza su alcune questioni ancora aperte, compreso quello che sembra sempre di più un nesso causa-effetto tra la revoca del regime 41 bis e lo stop alle stragi di mafia», ha dichiarato il capogruppo al Senato del Popolo della libertà (Pdl). 
 
MANCINO: HO SEMPRE LOTTATO CONTRO LA MAFIA. 
 
Gasparri ha quindi concluso: «Le istituzioni più importanti di quegli anni, compresi l'allora presidente del Consiglio Ciampi e il capo dello Stato Scalfaro non potevano essere all'oscuro di quanto stava accadendo. È giunto il tempo di fare un doveroso sforzo di memoria».

L'appello di Gasparri, però, è caduto nel vuoto. Mancino, all'uscita dal palazzo di Giustizia ha dichiarato: «Io ho sempre difeso lo Stato e la Repubblica e dato un contributo alla lotta alla criminalità organizzata. Escludo, per quanto mi riguarda, la trattativa».