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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/01/2012  -  stampato il 06/12/2016


Sangue nelle scarpe del detenuto suicida a marzo 2011 e testimone di un processo agli agenti

C’è forse un giallo che potrebbe riaprire il caso della morte di Carlo Saturno, il detenuto manduriano trovato in fin di vita il 29 marzo del 2011 nel carcere di Bari e ricoverato in rianimazione dove morì otto giorni dopo. In una delle sue scarpe sono state trovate macchie di sangue di cui s’ignorava la presenza. Il giovane, che aveva 22 anni, fu trovato impiccato alla sbarra del letto e non presentava ferite sanguinanti. A scoprire le tracce sono stati i familiari quando hanno ritirato gli effetti personali dal penitenziario barese.

Il sangue, copioso e oramai raggrumato ma, a quanto dicono i parenti, riconoscibilissimo, si troverebbe all’interno della scarpa e non all’esterno «come se qualcuno avesse provveduto a pulirla», sostengono i fratelli di Saturno che hanno depositato il reperto alla procura della Repubblica di Bari dove è ancora in corso un inchiesta per istigazione al suicidio condotta dai pubblici ministeri Pasquale Drago e Isabella Ginefra. L’avvocatessa Tania Rizzo, del foro di Lecce, che rappresenta una delle sorelle Saturno, ha già chiesto una perizia che identifichi la natura ed eventualmente l’appartenenza del sangue.

Saturno era in carcere in attesa di giudizio perché accusato di furto ed era, tra l'altro, vittima-testimone nel processo in corso a Lecce a carico di nove agenti di polizia penitenziaria dell’istituto minorile accusati di violenze su di lui ed altri minori detenuti avvenute nel 2006. Il suo presunto suicidio non convinse il magistrato di turno che chiese l’esame autoptico il cui esito non è ancora noto ai familiari né ai loro legali. Il giorno prima che s’impiccasse, Saturno aveva avuto un furioso scontro con due agenti di custodia. Per quella colluttazione che ad una delle guardie costò la frattura di una mano, il detenuto incassò un nuovo ordine di carcerazione. Questa vicenda alimentò i sospetti dei parenti che arrivarono ad ipotizzare un pestaggio seguito dall’omicidio del loro congiunto. Accusa questa sempre respinta dalla categoria con le stellette. «Voglio ricordare che l’inchiesta è ancora in corso - dice l’avvocatessa Rizzo - e i sindacati della polizia penitenziaria farebbero bene a vigilare per isolare e denunciare gli episodi di aggressività che molti processi e sentenze stanno portando alla luce. Questo anche a tutela della loro stessa categoria».

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