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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/02/2012  -  stampato il 09/12/2016


Monsignor Fabbri al processo Mori: il capo DAP lo scegliemmo noi su delega Scalfaro

Sarebbe stato direttamente l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a decidere, a giugno del 1993, la rimozione dall'incarico del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato. A sostenerlo è monsignor Fabio Fabbri, ex vice-ispettore generale dei cappellani delle carceri che, in un verbale depositato dai pm di Palermo al processo per favoreggiamento al generale dei carabinieri Mario Mori, racconta anche un altro singolare episodio legato alla vicenda.

L'ex capo dello Stato, nella primavera del '93, avrebbe convocato monsignor Cesare Curioni, suo amico di vecchia data e capo dei cappellani delle carceri, insieme a Fabbri. I due prelati andarono al Quirinale dove ricevettero una strana indicazione dal presidente. «Caro monsignore - avrebbe detto Scalfaro a Curione, secondo il racconto di Fabbri - ho parlato ieri con il ministro della Giustizia Conso. La prego di dargli una mano per individuare il nuovo direttore generale (del Dap ndr) perchè con questa gestione basta».

Una richiesta singolare anche per il pm che chiede a Fabbri - Curione nel frattempo è morto -: «insomma Scalfaro vi delegò la scelta del capo del Dap?». «Sì», risponde il prelato. I due preti, investiti da Scalfaro di trovare un sostituto ad Amato, andarono dal Guardasigilli. «Si mise le mani nei capelli», ricorda Fabbri riferendosi alla reazione del ministro che chiese loro: «Che si fa?». Tra i nomi che i due sacerdoti e Conso vagliarono per la successione, ci sarebbe stato anche quello di Giuseppe Falcone, ex presidente del tribunale dei minorenni. Ma, racconta Fabbri, per il ministro era «uno troppo duro».

Poi c'erano i veti posti da Scalfaro che avrebbe indicato una lista di persone che non voleva al Dap. «Finchè sono capo dello Stato questi qui non li voglio», avrebbe detto. Alla fine la scelta ricadde su Adalberto Capriotti, all'epoca magistrato a Trento. Si sondò la sua disponibilità e lui accettò. Solo che Capriotti non aveva i titoli e ci volle un decreto di Scalfaro che lo nominava direttore generale del ministero per consentirgli di diventare capo del Dipartimento.

La vicenda raccontata da monsignor Fabbri, citato a deporre domani al processo Mori, va letta alla luce della pista seguita dai pm di Palermo che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia e che ruota anche sulle singolari sostituzioni di Amato ai vertici del Dap e, qualche mese prima, dell'allora ministro dell'Interno Scotti. Sostituzioni che, secondo la Procura, potevano essere finalizzate a mettere in due posti chiave personaggi che avrebbero potuto accettare un atteggiamento meno rigido dello Stato in tema di carcere duro.

Il 41 bis secondo questa ricostruzione era la merce di scambio offerta a Cosa nostra per la cessazione delle stragi di mafia. In quel periodo Scalfaro ricevette anche una pesante lettera di familiari di boss al 41 bis che chiedevano condizioni più umane per i loro congiunti.

La strage di Capaci con l'uccisione di Falcone e l'attentato a Borsellino avevano destabilizzato il Paese e Scotti aveva già lanciato l'allarme sull'inizio di una stagione di omicidi eccellenti. Serviva dare a Cosa nostra un segnale, che secondo i pm sarebbe arrivato a novembre del '93 con la revoca di oltre 300 41-bis sollecitata da Capriotti e dal suo vice, Francesco Di Maggio, vero dominus del Dap secondo i magistrati, e formalmente adottata da Conso.

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