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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/02/2012  -  stampato il 03/12/2016


Vallanzasca lascia il carcere, lavorerÓ in un'azienda di pc

Di nuovo libero. Con licenza di lavorare e rientrare in carcere di sera. Da ieri, infatti, Renato Vallanzasca, 62 anni nel giorno di San Valentino, il 14 febbraio, ha coronato il suo desiderio: quello di armeggiare tra computer e hard disc. E lo fa in una ditta di Nerviano, nell'hinterland milanese. 

L'aria che sa di libertà, anche se frizzante di questi giorni di gelo, il bel René la respira, dopo quattro ergastoli e condanne per 260 anni di carcere, di cui quasi quaranta effettivamente scontati. Usufruisce di un permesso di lavoro all'esterno, in base all'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario. E, come uno studente al primo giorno di scuola, si è presentato puntuale nella ditta informatica Neco srl di via Roma 1, con ingresso in via Milano, proprio di fronte alla fermata dell'autobus che va a Molino Dorino. Di uno sportivo trendy, con tanto di coppola e cravatta a righe tipo regimental su camicia blu. Un pullover robusto e a tracolla il computer. Occhiali da vista e baffi ben curati.

Da sabato, il terrore della Comasina, è libero e lo sarà sempre, se non sgarra, dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 21.30. Il sabato, invece, può rientrare tra le sbarre del penitenziario di Bollate, dove è detenuto a vita, alle 24. La domenica e i festivi infrasettimanali, riposa. Naturalmente sulla sua brandina in cella. Avevano già provato a fargli assaporare l'aria di una giornata quasi normale di lavoro in una cooperativa che tratta pellame. Era il marzo del 2010. Ma non durò, pare per una scappatella fuori programma. Tutto sospeso ma non revocato. E lui, abbandonato quell'atteggiamento da quasi invincibile, aveva gettato alle spalle gli anni bui di lacrime e sangue, per tentare ancora di costruire presente e futuro. Così, forte di nozioni imparate a Bollate, il carcere diretto da Lucia Castellano e vanto del sistema penitenziario italiano, l'ex bandito ha continuato a fissarsi in testa l'idea di lavorare ai computer. Un impiego in una ditta di pc. Accontentato di nuovo.
 
Le autorità sono fiduciose: l'uomo che terrorizzava la Milano degli anni Settanta ha del resto già ottenuto diversi permessi per vedere l'anziana madre, per sposarsi, per curarsi e per seguire le riprese milanesi del film che Michele Placido ha realizzato sulla sua vita. Anche Luigi Pagano, soprintendente regionale alle carceri lombarde, ha da sempre elogiato il «percorso coerente di Renato Vallanzasca: in cella ha già lavorato ed è diventato un ottimo grafico su computer, lavorando su commesse della comunità di recupero Saman. Rispetto al bandito dell'evasione da San Vittore, da Novara o dall'Asinara, è un'altra persona, che vuole trasmettere anche qualcosa di positivo alle nuove generazioni, non vuole passare alla storia solo come un bandito».

E ieri sera, intorno alle 18, è uscito dal lavoro. È venuto a prenderlo forse un carabiniere in borghese, con un'Audi grigia. Un caffè al bar di fianco e poi via, in auto, destinazione sconosciuta. Nel permesso che gli è stato dato, l'ex bandito dei banditi, può muoversi solo a piedi, in bicicletta, con l'autobus che da Molino Dorino porta a Nerviano. Gran parte della giornata deve trascorrerla al lavoro e può pranzare in due ristoranti della zona. Niente incontri strani o meglio rincontri con vecchi amici di «bisbocce». Niente interviste e, naturalmente, niente scappatelle.