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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/03/2012  -  stampato il 06/12/2016


Si suicida nel carcere di Viterbo, "vendeva bambini ai pedofili"

Si è suicidato domenica pomeriggio, tra le 17 e le 18, Roberto Patassini, 49 anni. Era detenuto nel carcere di Mammaglialla, nel viterbese, dove stava scontando una condanna per pedofilia e sfruttamento della prostituzione minorile. Patassini, che sarebbe tornato in libertà nel 2022, è il quattordicesimo detenuto suicida dall'inizio dell'anno, il secondo nel Lazio. 

A trovarlo è stato il suo compagno di cella al rientro dall'ora di socializzazione, alla quale il quarantanovenne romano aveva rinunciato, forse proprio per l'intenzione di togliersi la vita. Patassini avrebbe indossato uno scaldacollo che ha poi agganciato ad un'estremità delle sbarre della finestra della sua cella e si è lasciato cadere sul pavimento. Il suo corpo è ora a disposizione della procura di Viterbo che ha già disposto l'autopsia.

L'uomo era stato arrestato dalla polizia nell'aprile 2006 durante l'operazione Fiori nel fango che portò allo smantellamento di un'organizzazione dedita alla pedofilia e allo sfruttamento della prostituzione minorile. I minori, dagli 8 ai 14 anni, venivano prelevati dai campi rom o nelle squadre di calcio giovanili. Le vittime accertate sono almeno 200. Si trattava di bambini poverissimi che venivano adescati e 'compratì con pochi soldi: un paio di scarpe nuove, un telefonino, una ricarica o un panino per i più disperati. In alcuni casi erano gli stessi genitori a 'venderlì per un televisore o un frigorifero.

I pedofili erano quasi tutti insospettabili: allenatori di squadre locali, commercianti, imprenditori, rappresentanti della Roma bene. Oltre a Patassini finirono infatti in carcere altre 17 persone. L'uomo, condannato con sentenza definitiva, era stato trasferito nel carcere viterbese nella sezione speciale riservata ai condannati per reati sessuali. Era considerato un detenuto modello per aver aderito a varie iniziative di socializzazione intraprese dalla direzione del carcere. Con i parenti aveva invece rotto i rapporti, salvo per uno zio sacerdote con cui era in contatto epistolare.

 Negli ambienti carcerari c'è anche chi sostiene che l'uomo si sia tolto la vita per senso di colpa o perché non riusciva più a sopportare la detenzione. "È l'ennesimo dramma della solitudine in carcere - afferma Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio - un uomo, apparentemente senza problemi, che partecipa a tutte le attività di socializzazione in carcere che decide di togliersi la vita è la spia di un disagio forte, non manifestato, e proprio per questo ancor più difficile da prevenire dimostrando che, senza adeguati supporti psicologici, in carcere aumenta il rischio suicidio".

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