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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/04/2012  -  stampato il 10/12/2016


Braccialetto elettronico per detenuti, in Molise un caso da 700 mila euro

Arresti d'avanguardia tra sprechi e scandali


Braccialetto elettronico per detenuti, in Molise un caso da 700 mila euro


 La storia dell’indiano ai domiciliari nella sua casa di Baranello al centro dell’Arena di Massimo Giletti. Su RaiUno il Molise come esempio di utilizzo di uno strumento diffuso in Francia e in Inghilterra e assolutamente snobbato in questo Paese. Eppure lo Stato continua a rinnovare costosissime convenzioni. Il giudice del tribunale di Campobasso, Vincenzo Di Giacomo, tra i rarissimi innovatori: è lui che ha inflitto la pena moderna allo straniero.
Di sicuro per il giovane indiano è soltanto un odioso strumento di costrizione. Allacciato alla caviglia, sul calzino di spugna bianco, quel braccialetto verifica, attraverso la linea telefonica, in ogni momento della giornata che lui sconti la sua pena detentiva in casa. Ma chissà se l’uomo ai domiciliari a Baranello, comune alle porte di Campobasso, non tratterebbe con maggior riguardo quell’aggeggio - che porta il nome di ornamento, ma che ornamento non è - se sapesse che costa ben 700 mila euro. A dispetto della mancata diffusione del braccialetto elettronico - soluzione approdata in Italia come sperimentazione nel 2001 e mai diventata vero e proprio sistema - i ministeri italiani di Giustizia e Interno continuano a stipulare convenzioni con la Telecom. Risultato disastroso: in dieci anni appena 14 persone condannate all’arresto sono state portate fuori dalle carceri, senza essere rimesse in libertà, controllate appunto dal braccialetto. Nella nota trasmissione domenicale questo si denuncia. E ancora i costi stralievitati di un’operazione nata come soluzione al sovraffollamento delle carcere italiane, nei fatti mai applicata eppure costantemente sostenuta dallo Stato.
In Francia e in Inghilterra è una pratica molto diffusa. In Italia una rarità e il Molise è i pochi posti che fanno eccezione. Il giudice del Tribunale di Campobasso, Vincenzo Di Giacomo, ha messo in pratica la sperimentazione con l’indiano, assistito dall’avvocato molisano Giuseppe de Rubertis. Lo straniero sconta la pena a casa, monitorato dal braccialetto, e il Molise così diventa per una volta davvero europeo.
 Di Giacomo dunque è tra i pochissimi magistrati italiani che hanno provato a testare, dimostrando di crederci, l’efficacia dello strumento, la cui fase di sperimentazione è partita in undici anni fa e poi è assurta a sistema, non praticato però. A dispetto della mancata risposta da parte di chi stabilisce la punizione per chi ha violato la legge, l’autorità giudiziaria, lo Stato ha continuato a rinnovare costosissime convenzioni. L’ultima, viene detto e ripetuto all’Arena di Giletti - l’ha stipulata poco tempo fa proprio il ministro dell’Interno Cancellieri.
La realtà che emerge - in termini di spesa pubblica - è inquietante. 110 milioni nel totale. Nella puntata di Giletti trasmessa domenica 29 aprile si ironizza: il braccialetto elettronico molto più costoso di un prezioso bracciale del gioielliere più quotato di Roma. 700 mila euro è la cifra che ripete, incredulo, il conduttore.
 Provare a capire le ragioni di uno sperpero scandaloso è naturale.

E a tentare una giustificazione del mancato utilizzo è stato direttamente il giudice di Di Giacomo. Ai microfoni di RaiUno il magistrato molisano sostiene che non ci sarebbero «fatti addebitabili» ai suoi colleghi togati, per questo uso «evidentemente - riconosce anche Di Giacomo -, limitato dello strumento». A suo avviso la colpa sarebbe un’altra: «L’uso sarebbe stato più esteso se l’informazione fosse stata maggiore». Chissà. 
Il problema resta però in un’Italia stanca di soldi che non ci sono per le persone comuni e sempre più stremata da scandali per cattiva amministrazione. In dieci anni sono stati spesi 110 milioni per un sistema di controllo sostitutivo delle carceri nei fatti completamente snobbato. Ad eccezione di pochissimi giudici come il giudice di Campobasso.
«Il costo del braccialetto - riflette Di Giacomo nell’intervista tivvù -, deve essere ridotto perché evidentemente a costi così alti a sfoltire le carceri non ci riusciremo mai. Questo tipo di braccialetto con il sistema gsm o con il sistema gps equivale a un navigatore satellitare di un’automobile. Quanto costa un tom tom?», chiede polemicamente il giudice. Attorno ai cento euro. Cifra assai distante dai gioielli di Roma e dal braccialetto che controlla i passi di un detenuto in casa sua. A Baranello l’indiano in fondo deve pensarla così.


tratto da www.primonumero.it