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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 11/05/2012  -  stampato il 05/12/2016


L'Amministrazione Penitenziaria deve dare 150.000 euro alla famiglia di un detenuto suicida

L'Amministrazione Penitenziaria è chiamata a risarcire, per 150.000 euro, la famiglia di un detenuto suicida in carcere. E' dovere dell'Amministrazione Penitenziaria “vegliare” sulla sicurezza dei detenuti che sono sottoposti a custodia presso le carceri. Il risarcimento per il suicidio è stato imposto dal giudice Andrea Borrelli. (ndr)

 
Il fatto che un detenuto sia per definizione sottoposto «a una stringente restrizione della propria libertà personale» fa «derivare» in capo all'amministrazione penitenziaria «un obbligo generico di esercitare un controllo per impedire fenomeni autosoppressivi nelle carceri»: l'amministrazione penitenziaria, infatti, «proprio in virtù dei poteri attribuitile sulla persona dei reclusi, è tenuta a prendersi cura della salvaguardia della loro incolumità. Al dovere di custodia del detenuto», che grava sul carcere, «corrispondono obblighi accessori di protezione».
Proprio nei mesi che registrano sempre più suicidi nelle carceri sovraffollate, la seconda Corte d'appello civile condanna il ministero della Giustizia e quindi l'Amministrazione Penitenziaria, a risarcire con 150.000 euro la madre e le due sorelle (assistite dagli avvocati Fabrizio Gnocchi e Cinzia Sacchelli) di un 30enne tossicodipendente che, arrestato nel 2002 per il furto di uno scooter, nel carcere di Pavia si era ucciso respirando il gas di una bomboletta che si era procurato, non si sa come, in carcere. La sentenza, sulla scia del primo grado deciso dal giudice Andrea Borrelli, ricorda come già al suo ingresso in cella il detenuto avesse cercato di strangolarsi con un laccio, e fosse stato valutato dal medico come soggetto al quale prestare «alta sorveglianza» in quanto esposto a un rischio «medio» di suicidio
 
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