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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/05/2012  -  stampato il 11/12/2016


Sesso in carcere: Tribunale di Sorveglianza di Firenze ricorre alla Corte Costituzionale

Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, ha sollevato un’eccezione di incostituzionalità sul secondo comma dell’articolo 18 dell'ordinamento penitenziario che impone la sorveglianza a vista degli incontri tra detenuti e femiliari da parte della Polizia Penitenziaria.
 
Il bacio è fugace. Le mani di Michele (il nome è di fantasia) tendono verso il volto della compagna di una vita. Ma è impietoso l’occhio delle telecamere nel giardino degli incontri di Sollicciano, invadente lo sguardo degli agenti di Polizia Penitenziaria. E quel gesto di tenerezza resta sospeso, così come le confidenze tra moglie e marito sulla vita fuori dal carcere, sui figli che ormai sono adulti. È duro reprimere i sentimenti per Michele che ha 60 anni e deve scontarne venti per rapina. Una carezza, un bacio, un rapporto sessuale, ai detenuti sono preclusi per legge. È l’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario che impone il controllo a vista dei carcerati, quando sono in compagnia di parenti e amici. Ora la norma potrebbe essere cancellata per sempre dalla Corte Costituzionale. E per Michele si riaccende la speranza di poter riabbracciare liberamente la moglie.
 
L'ECCEZIONE DI INCOSTITUZIONALITA' - Nei giorni scorsi, il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, con l’adesione della Procura fiorentina, ha sollevato un’eccezione di incostituzionalità sul secondo comma dell’articolo 18. Secondo i giudici si tratta di una disciplina che «impedisce al detenuto l’intimità dei rapporti affettivi con il coniuge o il convivente, imponendo l’astinenza sessuale, favorendo il ricorso a pratiche masturbatorie o omosessuali, ricercata o coatta e così violando alcuni diritti garantiti dagli articoli 2,3,27, 29, 31,32 della Costituzione». La norma lede il principio di uguaglianza e il prezioso assunto secondo cui la pena non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
 
E ancora, secondo il tribunale di Sorveglianza, nega il diritto alla famiglia e alla salute degli istituti penitenziari. In altre parole, impedisce il mantenimento di relazioni affettive con il coniuge o il convivente che sono fondamentali nella vita del detenuto come nell’esistenza di tutti. «Il semplice colloquio tra il recluso e i suoi familiari – avvertono i giudici - è limitato e limitante e rischia di inaridire i rapporti». Toccherà alla Corte Costituzionale decidere se cancellare il famigerato secondo comma dell’articolo 18 o tenerlo in vita.
 
LE STANZE DELL'AFFETTIVITA' - Quasi dieci anni fa, fu lanciata la proposta di istituire le “stanze dell’affettività” negli istituti penitenziari italiani. Destò scalpore e animò il dibattito dentro e fuori il Parlamento, ma restò lettera morta. Anche a dispetto delle raccomandazioni del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che stabiliscono il diritto dei detenuti a incontrare da soli le famiglie proprio per mantenere e sviluppare le relazioni familiari. Eppure, il diritto alla affettività in carcere è riconosciuto nella cattolicissima Spagna, dove sono previste visite intime brevi per tutti i detenuti. In alcuni lander della Germania negli istituti penitenziari sono predisposti piccoli appartamenti in cui i detenuti condannati a lunghe pene possono incontrare i propri cari, mentre in Olanda, Norvegia e Danimarca sono previste in carcere camere matrimoniali con servizi e cucina.
 
Anche negli Usa, i detenuti possono incontrare ogni due settimane il coniuge in una casa mobile all’interno del carcere, per tre giorni consecutivi. In Italia, spiegano i giudici del Tribunale di sorveglianza l’unico contatto tra detenuti e parenti è «il colloquio, che si svolge in ambienti affollati da una umanità in condizioni critiche e rende precari e difficili i rapporti familiari» o si risolve nella condivisione del pranzo. Incontri che avvengono sempre sotto il controllo della Polizia Penitenziaria. Ma per i giudici «non è possibile per la nostra Costituzione inibire al detenuto il diritto al rapporto sessuale con il partner in un rapporto di coniugio o di convivenza stabile». È in ballo il riconoscimento dell’affettività e non la «pura e semplice ammissione ai rapporti sessuali».