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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/05/2012  -  stampato il 08/12/2016


Carceri algerine: una grande riforma penitenziaria

 La situazione dei detenuti presenti nel carcere italiano, insieme agli agenti di Polizia Penitenziaria che ci lavorano, non è delle migliori. Si prova a migliorare il sovraffollamento e i disagi lavorativi ma ancora non si rivolve molto. Nel mondo, come in Algeria, le carceri stanno vivendo una riforma penitenziaria a largo spettro in modo che non esplodano crisi altrimenti ingestibili. (ndr)

 
Se le carceri sono lo specchio della civilta' di un Paese, l'Algeria tira oggi le somme di una riforma penitenziaria che ha, sostanzialmente nel giro di pochi anni, assunto il profilo di una rivoluzione, puntando decisamente, dopo l'epoca in cui il detenuto era un soggetto che doveva pagare pesantemente per quel che aveva fatto, al suo recupero, al suo reinserimento nella societa'.
 
L'Algeria, in questo, sembra essere un passo avanti agli altri Paesi del nord Africa, anche se il vento di democrazia partecipata della ''primavera araba'', prima di varcarne le frontiere, ha perso di forza. Come testimoniano le elezioni che, annunciate o temute come quelle del grande cambiamento, hanno confermato il vecchio regime, anche se non necessariamente la sua attempata nomenklatura. Ma sulle carceri il Paese ha, in un certo senso, investito la propria immagine, cosciente del fatto che esse sono, insieme, una scommessa da vincere o, in caso negativo, un bubbone che, esplodendo, potrebbe investire lo Stato sin nelle fondamenta. Perche', dentro di esse, la rabbia cova perenne, terreno fertile per chi spande il seme della intolleranza religiosa. Le carceri algerine oggi hanno una popolazione di circa 58 mila individui, quasi tutti giovanissimi, quasi sempre dietro le sbarre per delitti contro il patrimonio. Per circa 16 mila di loro - la percentuale si commenta da sola - il sistema penitenziario ha previsto dei meccanismi che ne consentano il reinserimento nella societa', con meccanismi che tengano conto della loro origine (in termini di classe), del loro percorso scolastico (semmai ne hanno uno), di quelle che sono le loro attitudini e, quindi, di quel che, una volta, fuori, potrebbero fare. L'aspetto rivoluzionario, per queste latitudini e per il ''carico'' di tradizione che i Paesi si portano dietro, e' che il carcere, da luogo di espiazione, e' stato elevato a banchina da cui possono partire le speranze dei reclusi che hanno mostrato di volere tornare a fare parte del mondo normale. Una scelta che lo Stato asseconda con un ampio ricorso allo strumento della liberta' provvisoria, non fine a se stessa, ma mirata ad attivita' che spianino la strada verso un lavoro degno di tale nome. Insomma, si disegna davanti al detenuto in procinto di uscire (con tempi che non sono necessariamente brevi e fornendolo di un sostegno psicologico) un percorso che non e' agevolato, ma che intende metterlo nelle migliori condizioni per tentare non una redenzione, ma semplicemente una vita normale.
 
In quest'opera, l'Algeria, da tempo, ha chiesto la collaborazione di esperti stranieri che arrivano, controllano, propongono e, se del caso, bacchettano. In tutto questo lo Stato centrale dialoga con le sue strutture sul territorio, a cominciare dalle wilayas, le Province, che devono aiutare gli ex detenuti a muovere i primi passi, anche collaborando con loro nell'avvio di pratiche amministrative per una nuova attivita'.
 
Un processo in cui anche la societa' civile e' coinvolta veramente, fattivamente. I risultati, in imprese come queste, non sono immediati, necessitano di tempi lunghi. Ma, dicono al ministero della Giustizia, il fatto che le ricadute, le recidive, come si chiamano in linguaggio giuridico, siano pochissime e' gia' una vittoria. 
 
(ANSAmed).