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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/06/2012  -  stampato il 09/12/2016


Collaboratore di giustizia muore in carcere inalando gas da bombola

Non era la prima volta che, per sfuggire alla noia del carcere, Giampiero Converso inalava il gas della bomboletta con cui i detenuti scaldano le vivande.
Ma la sera di giovedì 21 giugno la quantità di metano aspirata gli è stata fatale. Il quarantanovenne è svenuto nella cella di via per Cassano dove era detenuto in regime di protezione, essendo lui un collaboratore di giustizia. I suoi compagni hanno immediatamente chiamato gli agenti dellaPolizia Penitenziaria e il medico e altrettanto in fretta è arrivata l’ambulanza del 118, ma Converso aveva ormai smesso di vivere. Il pubblico ministero Mirko Monti ha deciso di disporre l’autopsia, visto il calibro del personaggio: per quanto le testimonianze convergano sul gesto volontario e per nulla disperato (non si sarebbe insomma suicidato), gli inquirenti non possono escludere a priori una ritorsione, quindi un omicidio.

Chi era Converso e perché stava a Busto?
Picciotto della ’ndrina di Corigliano, appartenente al clan un tempo guidato da Santo Carelli, venne "battezzato" - dunque affiliato - negli anni Ottanta. Ma il 22 settembre 2004 decise di collaborare con la giustizia, temendo che qualcuno volesse farlo fuori: "Lo capii da una serie di sguardi, poi fu un detenuto, mentre eravamo dentro, a dirmi di stare attento, di non accettare passaggi in auto e di non andare ad appuntamenti. Quando poi venni rimesso in libertà, appresi che era partita da due boss detenuti l’ambasciata di uccidermi".

Così decise di svuotare il sacco sulla strutturazione della ’ndrangheta coriglianese, indicando reggenti, fatti e misfatti. Dalle sue dichiarazioni partirono poi svariate operazioni antimafia, motivo per cui venne "confinato" nelpenitenziario di Busto, nel reparto dedicato ai collaboratori. Tanta pena per sfuggire a un’esecuzione per poi morire per colpa di una bombola da campeggio che prometteva intensi momenti di sballo.

"Ci addolora tanto l'accaduto ma posso dire che abbiamo fatto davvero tutto il possibile per evitare questa perdita umana". Il direttore del carcere Orazio Sorrentini commenta con poche parole l'ultimo dramma accaduto dietro le sbarre, sottolineando il dolore suo personale, quello degli agenti della polizia carceraria e dell'intero staff direttivo. Una volta scattato l'allarme vedendo barcollare il detenuto, gli agenti sono accorsi e hanno chiamato i soccorsi, che si sono purtroppo rilevati inutili. Si aggiunge un elemento che potrebbe fare luce sulla dinamica e le cause del decesso del detenuto Giampiero Converso: "Le indaginiforniranno tutti gli elementi utili per ricostruire il fatto e identificare le cause della morte. Ma le circostanze di nostra conoscenza e i contorni dell'episodio ci fanno pensare, con buona approssimazione alla verità, innanzitutto che non si è trattato di un suicidio ma che sia stato un incidente imprevisto. Come è accaduto non molto tempo fa in un episodio simile".

Il 13 dicembre 2011 fu un marocchino a morire per lo sballo. Oltretutto al detenuto erano rimasti ormaipochi mesi di reclusione prima della libertà. L'ipotesi più accreditata in carcere è che l'uomo stesse annusando ilgas della bomboletta per avere gli effetti narcotizzanti e non sia riuscito a staccarsi in tempo da quella situazione di pericolo. Esercizio che dietro le sbarre dicono essere diffuso, soprattutto tra chi soffre di qualche dipendenza. Certamente l'ultimo dramma rilancia il dibattito sulle dure condizioni di vita dietro le sbarre.

"Stiamo facendo di tutto per attenuare i disagi", dice Sorrentino. Disagi che l'eccezionale calura di questi giorni rende ulteriormente insopportabili per quanti vivono giorno e notte stipati dentro pareti di cemento armato, sotto il sole. La tragedia di una vita che si spegne così, davanti a una bomboletta di gas da campeggio, svuota tanti discorsi e rafforza l'imperativo morale e sociale: umanizzate il carcere.

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