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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/09/2012  -  stampato il 03/12/2016


Caso Cucchi, l’avvocato difensore di un poliziotto penitenziario: non si tenti più di distorcere la verità

ROMA - Ora c’è un documento ufficiale. Una nuova prova scovata dalla Procura di Roma si accinge con ogni probabilità a sconvolgere dalle fondamenta il corso del processo Cucchi. La frattura a una vertebra lombare che per i familiari della vittima fu la principale causa della morte del trentenne arrestato per spaccio di droga risale in realtà a sei anni prima del presunto pestaggio di cui sono accusate tre guardie carcerarie.

Una cartella clinica dell’ospedale di Marino, scovata dalla polizia su delega del pubblico ministero Vincenzo Barba, eloquente: «Cucchi Stefano - Data di ingresso: 22/9/2003 - Diagnosi: Trauma lombare con frattura di L3 (terza vertebra lombare, ndr)». I fatti al centro del giallo, invece, sono dell’ottobre del 2009 e non bisogna essere principi del Foro per capire la portata della cosa.

La certosina ricerca fatta dai magistrati tra decine di migliaia di cartelle cliniche è figlia dello scontro aperto tra i familiari della vittima e la Procura. I Cucchi e i loro legali, in accesa polemica con il pm, sostengono che la frattura fu il risultato di un pestaggio subito dal trentenne di Tor Pignattara in una cella sotterranea del Tribunale il 16 ottobre del 2009. Di qui l’insistita richiesta che le tre guardie imputate nel processo fossero accusate non di lesioni bensì di omicidio. I periti del pm, capeggiati da Paolo Arbarello, direttore dell’istituto di Medicina Legale della Sapienza, avevano raggiunto altre conclusioni: la frattura non poteva provocare il decesso del detenuto e comunque la lesione era vecchia. Il nuovo documento, retrodatando la lesione al 2003, spazza via mesi e mesi di polemiche e di supposizioni.

Ma Fabio Anselmo, capo dello staff legale della famiglia Cucchi, tenta di minimizzare. «Per noi sostiene non cambia nulla. Riteniamo che ci sia stata una frattura alla vertebra lombare anche nel 2009. Non siamo ancora in possesso dei documenti sanitari di cui si parla. Le pregresse fratture di vertebra L3 sarebbero non una ma due». Possibile? «Certamente. Quella del 2009, unitamente a quella sacrale, ha comportato complicanze che hanno portato Stefano a morte». Ilaria Cucchi ha ricevuto la notizia ieri nel primo pomeriggio. «Non ho visto il documento dice Comunque questo fatto non cambia nulla. Mio fratello è morto nel 2009, non nel 2003, e mi devono spiegare il perché».

 La cartella del 22 settembre del 2003 fu redatta, alle nove di sera, durante uno dei molti ricoveri subiti da Cucchi nella vita da tossicodipendente. Il trentenne di Tor Pignattara finì a Marino per chissà quale strada e il medico, dopo aver riscontrato la frattura, ne dispose il trasferimento all’ospedale di Ostia, reparto Ortopedia. Il paziente, scrive il dottore di turno, riferisce «trauma della strada di cui non produce documentazione». Nel foglio di accettazione del centro sanitario sul litorale ci sono anche il telefono di casa dei Cucchi e il cellulare di uno dei genitori. Stefano restò al Grassi fino al 1° di ottobre, dieci giorni, letto 27, ed è impensabile che a casa non ne sapessero nulla.

Il referto scovato dalla polizia, a disposizione di tutte le parti presso la cancelleria del pm, è stato trasmesso anche a Evelina Canale, presidente della corte d’assise che sta celebrando il processo. La prossima udienza è fissata per il 19 settembre ma è probabile che si riveli interlocutoria. I giudici, proprio per dissipare i dubbi, hanno affidato a un nuovo gruppo di periti il compito di stabilire l’epoca della frattura e le cause della morte. Oltre ai poliziotti penitenziari, è bene ricordarlo, sono imputati tre medici del reparto carcerario dell’ospedale Pertini, i quali, per l’accusa, furono «manchevoli e negligenti» nelle cure.

«La cartella dell’ospedale di Marino dice Diego Perugini, avvocato di Nicola Menichini, uno dei poliziotti penitenziari rinviati a giudizio per il presunto pestaggio, ci consente di fare finalmente un passo fondamentale verso la verità. È un documento oggettivo che non ammette repliche. La frattura di cui si parla da anni, indicandola come causa del decesso, risale a sei anni prima dei presunti fatti.  

 

Starà ai giudici dire se Cucchi subì percosse di altro tipo e chi ne fu, eventualmente, il responsabile. Ma quella vertebra, una lesione ritenuta mortale dai familiari, non c’entra niente.  

Mi aspetto che non si tenti più di distorcere la verità e che la parte civile la finisca di immaginare complotti. 

Tra l’altro mi chiedo una cosa: come è possibile che la famiglia Cucchi, avendo avuto un figlio per giorni in ospedale, non fosse al corrente di una frattura alla schiena?».

fonte: Il Messaggero.it