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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/09/2012  -  stampato il 03/12/2016


Pentito rivela: la nuova Scu rinata in carcere, Taranto era un colabrodo

È stato il carcere di Taranto, negli anni tra il 2005 e il 2006, il teatro della riorganizzazione di una delle frange più importanti della nuova Scu salentina. E un boschetto di Melendugno, fino a pochi mesi fa, il luogo prescelto per le affiliazioni e i rialzi di grado di una costola della quarta mafia, che controllava le attività criminali di Lizzanello, Cavallino e altri paesi alle porte di Lecce. I segreti dei clan leccesi sono stati svelati da Alessandro Verardi, 34enne di Lizzanello "battezzato" quando aveva 16 anni e da allora organico alla Sacra Corona, che ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia dopo aver intuito il tradimento da parte dei suoi uomini di fiducia. 

Nel carcere di Cosenza è stato ascoltato più volte dal procuratore aggiunto di Lecce Antonio De Donno e dagli uomini del Ros, raccontando opere e miracoli della mala salentina. I verbali dei suoi interrogatori sono stati depositati agli atti del processo che inizierà tra pochi giorni davanti al gup di Lecce. In quelle pagine il nuovo pentito ha spiegato che l'organizzazione criminale che si credeva debellata con le maxi-operazioni degli anni Novanta, è invece risorta come l'Araba fenice, nonostante i suoi componenti storici siano tutti in carcere. Proprio nei penitenziari la Sacra corona unita è riuscita a ristrutturarsi. A Taranto prima di tutto, "dove vi sono due sezioni di alta sicurezza poste su due piani uno sopra l'altro per cui è possibile dialogare dalle finestre". O dove gli ordini vengono 

impartiti dai capi clan tramite una fessura nel muro divisorio che separa l'area destinata ai detenuti comuni e quelli dell'alta sicurezza. 

A Taranto, nel 2009 passò anche Totò Rizzo  -  uno dei capi storici della Scu  -  recluso in una cella a ridosso delle docce dove, racconta Verardi, tutti andavamo a prendere comandi e dove "Rizzo diede l'approvazione per l'attivazione di un nuovo locale". Sempre a Taranto, negli anni tra il 2007 e il 2009, il gruppo facente capo ad Andrea Leo risultava talmente ben ricomposto da rendere possibili alcune elevazioni di grado: "da santa a trequartino e da santa a vangelo", con tanto di rituale e patto d'onore. Nonostante fossero reclusi, insomma, i "fratelli di sangue" come solevano chiamarsi, misero in piedi una nuova struttura, divisero ruoli e territorio, risolvendo controversie e progettando attentati. Le attività principali del sodalizio rimasero le estorsioni e lo spaccio di droga, per la cui realizzazione sorsero contrasti con il gruppo di Mirko De Matteis e poi con quello di Roberto Nisi e Maurizio Briganti, che "tenevano sotto" l'intera città di Lecce. 

E se i contrasti in qualche caso furono risolti con violente liti in carcere, proprio dal carcere i capi storici della Scu ordinarono che in Salento non si doveva più sparare per uccidere. Perché la guerra degli anni Novanta doveva continuare ad essere un ricordo e l'attenzione dello Stato doveva restare bassa. "Il mio gruppo non ha mai commesso omicidi", disse infatti Verardi in uno dei suoi 7 interrogatori resi tra aprile e agosto, consegnando nelle mani degli inquirenti anche un memoriale in cui ripercorre le attività messe in atto dal momento dell'evasione dal carcere di Taranto, a dicembre 2010, fino all'arresto nel settembre 2011. A sostegno della veridicità delle sue parole, e promettendo importanti rivelazioni anche su un traffico di droga dalla Spagna al Salento, il pentito ha fornito ai carabinieri anche le lettere di Andrea Leo, esponente di spicco del sodalizio e di altri affiliati, dalle quali emerge con chiarezza l'esistenza di un'organizzazione strutturata e potente, che ha disponibilità di armi e denaro ("quando fui arrestato  -  disse Verardi  -  lasciai nelle casse del gruppo almeno 300.000 euro"), di automobili e motociclette, persino delle attrezzature per rilevare l'esistenza delle microspie. 

Un'organizzazione che gode del patto stretto con i fratelli brindisini, dai quali i sodali ottengono appoggio durante la latitanza e aiuto nel traffico di droga, che ha contatti con i narcos colombiani e che compra droga a quintali dai fornitori spagnoli. "La cocaina era pura all'85% - raccontò il collaboratore  -  e la acquistammo a 800 euro al kg a Madrid". L'acquisto avvenne mentre Verardi era latitante. Poi tornò in Italia e continuò a gestire lo spaccio e le estorsioni, con il placet del boss Rizzo. In particolare, nell'estate 2011, siglò un patto di non belligeranza con i Nisi-Briganti per imporre il pizzo ai gestori degli stabilimenti balneari "ed evitare un conflitto che poteva far allontanare i turisti e ridurre gli introiti". Agli imprenditori della costa adriatica tra Melendugno e Otranto fu imposto il versamento del 25% degli utili settimanali e l'assunzione dei buttafuori della ditta del nipote del boss. Tutti pagarono, i "fratelli" della Nuova Scu diventarono più ricchi e ricominciarono a comprare droga. Poi, a settembre scorso, arrivò l'operazione Augusta con gli arresti che hanno decapitato il clan. Verardi, in carcere da qualche settimana, aspettava segnali che non arrivarono. Al contrario, leggendo le carte dell'inchiesta e tra le righe dei comportamenti verso i suoi familiari, capì di essere stato abbandonato. E decise che lo Stato avrebbe ottenuto il suo aiuto, in cambio dei benefici previsti.

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