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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 25/09/2012  -  stampato il 05/12/2016


91 operazioni antidroga da parte dei poliziotti penitenziari

Le droghe nel carcere sono una piaga che i poliziotti penitenziari debbono affrontare ogni giorno. 1 detenuto su 4 fa uso di droghe e gli agenti penitenziari operano per scovare queste sostanze nelle carceri italiane. (ndr)

Fra vecchie e nuove droghe resta alto l'allarme tossicodipendenza in carcere. E i numeri parlano chiaro: sono oltre 91, dal gennaio di quest'anno, le operazioni antidroga compiute all'interno dei penitenziari italiani mentre la percentuale di tossicomani non accenna a diminuire, rimanendo stabile al 25% sul totale dei detenuti, come testimonia una ricerca del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). A crescere, dunque, e' anche la varieta' di stupefacenti: non solo le tradizionali cocaina, eroina, marijuana e hashish, fra le sbarre sono sempre piu' diffuse le nuove droghe sintetiche insieme a metodi alternativi per ottenere lo 'sballo'. E gli spacciatori trovano sempre nuove idee per occultare le sostanze che non sempre agenti e nuclei cinofili riescono a individuare.

Amfetamine e allucinogeni al pari di Lsd e Mdma vengono introdotti, spiega il Dap, sotto i francobolli, oppure attraverso cartoline che, imbevute delle polveri, le rilasciano una volta messe a mollo nell'acqua. Oltre al subutex - droga sintetica sostitutiva della cocaina - e allo skunk - un misto di marijuana e hashish, l'estrema ratio per i tossicodipendenti consiste nello sballo attraverso l'inalazione di piccole bombole a gas utilizzate per i fornelletti da cucina. "Fortunatamente - riferisce all'Adnkronos Luigi Pagano, vicecapo del Dap - non e' alta la percentuale dei detenuti che utilizzano questi fornelli, anche perche' il rischio e' molto alto".

Inalare gas dalle bombolette per molti puo' essere - ed e' stato - letale. "Le sostanze inalate - prosegue Pagano - si fissano sugli alveoli polmonari causando asfissia. Alcune di queste morti sono state classificate come suicidi ma sono spesso decessi involontari". Per Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo Polizia Penitenziaria, Sappe, una soluzione ci sarebbe: "Per limitare le inalazioni di questi gas, si dovrebbero realizzare spazi comuni in cui cucinare assieme ed evitare di consegnare i fornelletti ai soggetti piu' a rischio".

"Il fenomeno e' strutturale e nessun carcere ne e' impermeabile", sostiene Alessio Scandurra dell'associazione Antigone, convinto che "tanti tossicodipendenti in carcere nemmeno ci dovrebbero stare. Esistono istituti per curare la tossicodipendenza, e il carcere non e' fra questi".

La droga non entra nelle carceri solo per 'alleviare' le dipendenze. "Possederla - spiega Scandurra - significa esercitare potere sugli altri detenuti. E' per questo che all'interno di logiche criminali perfino i parenti dei carcerati provano a consegnarla loro di nascosto".

I metodi sono i piu' disparati: detenuti che si scambiano le scarpe con il parente venuto a far visita, madri e mogli che nascondono la cocaina nei cibi preparati o addirittura nel pannolino del proprio bambino in fasce. "Non si puo' tappare ogni buco - continua Scandurra - anche perche' quello che riesce a garantire il carcere e' solo un trattamento a tempo di metadone a scalare".

L'antidoto alle crisi di astinenza, infatti, affronta il problema solo parzialmente "perche' i percorsi di terapia e riabilitazione durerebbero anni e - aggiunge - sono previsti solo per chi riesce a dimostrare forte volonta' e collaborazione".
Pur essendoci, secondo il vicecapo del Dap, Luigi Pagano, "buone operazioni di intelligence che sventano i tentativi di trafficare droga", la carenza del personale nei penitenziari potrebbe peggiorare il problema. Gli fa eco Scandurra: "Rispetto a cinque anni fa, quando i detenuti erano circa 40mila e gli agenti un po' di piu', gli incidenti sono aumentati". Per Capece "il taglio degli organici che prevede 4mila uomini in meno nei prossimi anni non puo' che essere controproducente".

"In carcere chi entra tossicodipendente continua a esserlo", afferma don Sandro Spriano, cappellano del carcere romano di Rebibbia.

"E' normale che un mercato cosi' diffuso all'esterno voglia mantenere i suoi 'clienti' all'interno degli istituti penitenziari. Bisognerebbe agire alla radice del problema, partendo dalla societa'. E' fantasioso aspettarsi che lo risolva il carcere". Secondo don Spriano, non si sta facendo abbastanza per prevenire le dipendenze sia nelle scuole che tra gli immigrati.
"Bisogna cambiare la legge Bossi-Fini perche' riempie le carceri di persone che dovrebbero essere curate in altri luoghi piu' consoni".

Anche perche' "qui c'e' di tutto: arriva la droga tagliata male che e' un vero e proprio veleno, mentre la disperazione - continua il cappellano - conduce i detenuti a morire di overdose dopo essersi fatti 'bibitoni' di pasticche con effetto immediato".