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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/09/2012  -  stampato il 09/12/2016


Polizia penitenziaria, dieci anni per un concorso. Che non ancora chiuso

 

E' iniziata nel 2003 l'odissea di 271 aspiranti allievi viceispettori. Che ora, dopo una sfilza di ricorsi e annullamenti, rischiano di dover ripetere gli esami per la terza volta. Intanto lo Stato ha sborsato tre milioni e mezzo per niente. Indetta il primo ottobre a Roma una protesta spontanea al Dap
 
 
Dieci anni per conquistare un posto di lavoro. Anzi, 271 posti di lavoro, come allievo viceispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Dieci anni che rischiano di diventare – e senza ormai garanzia di riuscita – quattordici e più, se l’Amministrazione penitenziaria non si adeguerà, entro gennaio, alle indicazioni del Tar del Lazio. Una storia tipica dell’Italia dei paradossi e degli sperperi che parte dal lontano 2003. E’ il 18 marzo quando vengono messi a concorso 271 posti di allievo vice ispettore nella Polizia Penitenziaria (un Corpo da 41.000 persone, con una carenza di organico da circa 7000 unità). “Un lavoro sicuro”, pensano alcuni, se non la realizzazione di un sogno. Alla preselezione del febbraio 2004 si presentano in parecchie migliaia. Ed è lì che tutto ha inizio.
Nessun concorso che si rispetti può fare a meno dei ricorsi di chi non ce la fa. E anche questo caso non si sottrae alla “prassi”: alcuni candidati contestano la regolarità delle prove. In attesa che i deputati organi giurisdizionali (Tar e, in seconda battuta, Consiglio di Stato) si pronuncino, l’Amministrazione penitenziaria ammette al secondo “step”, cioè agli accertamenti psico-attitudinali, sia gli idonei che i non idonei ricorrenti. Passano tre anni e, finalmente, il Consiglio decide, confermando la sentenza con cui il Tar del Lazio, su ricorso di un candidato, aveva annullato le preselezioni. E’ il 14 dicembre 2007 e tutto è da rifare.
Il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) fissa il calendario per le nuove preselezioni, che si tengono a fine 2008. Questa volta senza intoppi. Le prove sono valide e l’iter continua per chi le ha superate. I candidati, dopo i test psicofisici e attitudinali (per molti è la seconda volta), sono finalmente ammessi a sostenere lo scritto. Naturalmente non subito, ma dopo un altro anno, a novembre 2009.
Tutto sembra procedere bene. I 536 aspiranti vice ispettore che superano l’esame affronteranno l’orale, dinanzi all’apposita Commissione, a partire dall’8 novembre 2011. Cioè a ben otto anni dal bando. “L’importante è che il traguardo è ormai vicino” – pensano i candidati – “il passato è passato, meglio ora concentrarsi sul futuro”.
Peccato, però, che il futuro si faccia ancora attendere. Il 19 giugno 2012 gli orali si concludono. I 327 vincitori (nel frattempo, a luglio scorso, i posti a concorso sono stati estesi di 67 unità per le donne) esultano. Sono ormai super competenti, hanno trascorso gli ultimi dieci anni della loro vita sui libri, per non farsi cogliere impreparati alla data (imprevedibile) delle selezioni. Età media trent’anni, molti di loro erano appena maggiorenni quando hanno risposto al bando. Si sono destreggiati tra lavori precari e disoccupazione e ora pregustano il momento della messa in pratica delle nozioni che conoscono ormai a memoria. Un momento che, tuttavia, non arriva. Non ancora.
Un altro candidato escluso si è rivolto al Tar: il Presidente della Commissione è un dirigente del Corpo in “quiescenza”, andato in pensione tre mesi prima, il che violerebbe il bando (che vuole un dirigente in servizio). La cosa era stata già segnalata al Dap da un sindacato prima degli esami, ma l’allora capo Franco Ionta aveva ritenuto di poter agire applicando la diversa normativa generale sui concorsi.
 
Il Tar si pronuncerà il 10 gennaio 2013. Nel frattempo ha sospeso l’atto di nomina della Commissione, suggerendo all’Amministrazione di far ripetere l’esame – in autotutela – al candidato ricorrente, dopo aver nominato un altro Presidente, in servizio. Il che potrebbe svuotare di senso una pronuncia del Tribunale, se il candidato superasse l’esame, e farebbe evitare il rischio che, per l’ennesima volta, gli atti del concorso siano annullati. «Ci ritroveremmo a dover ripetere le prove per la terza volta – dice Carmelo Passaro, presidente del “Co.I.C.I.Pol.Pen.”, comitato spontaneo degli idonei del concorso – ma soprattutto a dovere ancora aspettare, magari tre o quattro anni, per vedere riconosciuto il nostro diritto. Ci siamo costituiti in Comitato da una ventina di giorni perché stufi dell’inerzia dell’Amministrazione penitenziaria e la mattina di lunedì 1 ottobre saremo dinanzi alla sede del Dap, per protestare e tentare di sensibilizzarlo: non ottemperando alle indicazioni del Tar e rischiando così di fare annullare l’intera prova orale, può causare altri enormi danni per noi e per lo Stato».
Il concorso, infatti, è finora costato non solo in termini di stress ai partecipanti, ma anche in termini di soldoni alla collettività: circa tre milioni e mezzo di euro, uno spreco già molto pesante per le attuali casse pubbliche, ma che lieviterebbe ulteriormente se il Tribunale ordinasse la ripetizione dell’esame. Spese a cui potrebbe aggiungersi il risarcimento dei danni che i vincitori sono intenzionati a chiedere allo Stato in questa evenienza. «Perché dieci anni per superare un concorso sono davvero troppi».

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano