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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/10/2012  -  stampato il 10/12/2016


Nel carcere di Biella l'ultimo saluto a Stefano Paba rimasto asfissiato nella sua stanza

«Eravate la sua famiglia». Sono state le prime parole pronunciate, al suo arrivo in carcere, dalla mamma di Stefano Paba, l'assistente capo morto mercoledì pomeriggio soffocato dal fumo della sigaretta finita sul copriletto. Ieri è stato il giorno del dolore, con i colleghi attoniti, increduli per una disgrazia assurda e inaspettata, e i reclusi assorti.
 
Era cresciuto professionalmente nel penitenziario cittadino Stefano Paba, 41 anni, originario di Tramatza, in provincia di Oristano, tanto da essere un punto di riferimento per tutti, grazie alla sua professionalità e al suo attaccamento al corpo di appartenenza. Per questo, prima di lasciarlo tornare a casa, colleghi e amici hanno voluto dargli l'ultimo saluto. Nel pomeriggio è stato recitato il Rosario, poi il cappellano don Paolo Santacaterina ha celebrato la messa. Accanto ai familiari del poliziotto c'erano la direttrice Antonella Giordano, il comandante Mirko Trinchero, il Provveditore, giunto da Torino, il prefetto Demetrio Missineo. Sul fronte degli accertamenti, la disgrazia è stata chiara fin da subito.
 
Stefano Paba, rientrato dopo aver fatto spesa, si siede sul letto e avvia il computer, che appoggia sulle gambe. Poi si accende una sigaretta. Complice la stanchezza, si addormenta e la cenere innesca la combustione del piumone, saturando la stanza di fumo. Quando il vicino di camera si accorge di quanto sta accadendo, sarà troppo tardi.