www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/11/2012  -  stampato il 03/12/2016


Intervista a Luigi Pagano: "Le carceri scoppiano ma amnistia e indulto non sono le medicine giuste"

Le carceri scoppiano. I radicali invocano l’amnistia come unica soluzione. Possibile che non si trovi, anche per decreto legge, un’iniziativa parlamentare che non estingua il reato? O si dovrà far ricorso al solito indulto? Con quali limiti?

Potrei cavarmela nel dire che sull’amnistia decide il Parlamento. Ma umanamente capisco che la si invochi. Scontare la pena nelle attuali condizioni di sovraffollamento comporta un surplus di sofferenza e non è giusto. In qualche maniera bisogna risolvere questo dramma. Dire poi che l’amnistia, come l’indulto, non risolve i problemi, è dire altra verità. Perché sarebbe come sollevare il tappo – temporaneamente - in una vasca da bagno dove il rubinetto perde continuamente. Alcune scelte legislative sul 4 bis (divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti) e sull’ex Cirielli meriterebbero maggiore attenzione. Il carcere sconta una carenza di organizzazione, di risorse, di gravi problemi sociali su cui stiamo cercando, come Dap, di mettere mano, anche per gestire l’emergenza. Sono d’accordo, poi, con le misure alternative. Ma oltre che di impedimenti di natura giuridica, queste soffrono la non praticabilità per i detenuti.

E ce ne sono tanti che non hanno quelle condizioni sociali, lavoro, famiglia, domicilio che le presuppongono. Non si possono concedere arresti o detenzione domiciliare a coloro che un domicilio non ce l’hanno. Il carcere, quindi, è diventato una concentrazione di problemi. E sconta il sovraffollamento. Ci vuole collaborazione con il mondo esterno. Gli enti locali, le Asl, il volontariato per creare quelle condizioni. Il rischio, ad oggi, è che il carcere peggiori e non recuperi affatto.

Che fine ha fatto la famosa depenalizzazione?

Sono pochi i reati che si possono depenalizzare, ma sicuramente non ogni illecito può ricadere nel penale, né tutte le fattispecie penali debbono essere punite con il carcere. Abbiamo bisogno non solo di misure alternative. Anche di pene alternative. Come la “Messa in prova”, proposta dall’attuale Ministro della Giustizia. Il carcere dovrebbe essere usato solo per situazioni e persone pericolose.

In attesa dell’intervento delle Camere, cosa si può fare di concreto per bloccare la catena di suicidi nei penitenziari? Ben 742 negli ultimi 13 anni.

Stiamo lavorando su diverse direttive. La conferenza Stato – Regioni, prevede interventi integrati tra i penitenziari e le Asl per intercettare il rischio suicidario. Noi dobbiamo rendere vivibile il carcere, migliorare l’attività trattamentale e coinvolgere il detenuto per ridargli la speranza di un futuro.

A che punto sono i progetti per la costruzione delle nuove carceri?

A breve avremo a disposizione diversi nuovi reparti: tre in Lombardia, quattro in Sardegna ed altri in Campania. Però ripeto, il carcere non può essere l’unica misura per fronteggiare la criminalità. Le misura cautelari e la pena detentiva devono essere extrema ratio e, quando applicate, propedeutiche al reinserimento sociale del detenuto.

“Il 41 bis induce gli arrestati a pentirsi”. E’ d’accordo con quanto affermato dal procuratore capo della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo? Favorevole o contrario a questo discusso regime?

Il Pm Lombardo dice il vero. Non dimentichiamo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio. E’ uno strumento per la lotta alla criminalità e, con tutti i temperamenti costituzionalmente possibili, non credo che in questo momento si possa fare diversamente.

Che ne pensa della carcerazione preventiva?

Non sempre la condivido. I processi devono essere accelerati. La custodia cautelare dovrebbe tenere in conto che la persona imputata è costituzionalmente intesa come “non colpevole” e, come si diceva una volta, forse è meglio avere un colpevole fuori che un innocente dentro.

Ha quindi ammesso che il carcere ad oggi non raggiunge effettivamente quanto si propone …

I dati lo dicono apertamente. Tutti lo ammettono se le stime della recidiva sono così alte. Bisogna rivedere anche lo stesso ordinamento penitenziario. Dividere la gestione dell’imputato e quella del definitivo. La differenziazione delle pene, anche all’interno del penitenziario.

A proposito dell’ex Cirielli … Perché a Tanzi non è stata applicata? E soprattutto, pur gravemente malato, perché è ancora in carcere?

Non me lo spiego. Tanzi l’ho avuto a San Vittore, appena arrestato. Non le saprei dire il perché è ancora in galera. E’ chiaro che un motivo ci sarà. Ma con onestà le dico che nonostante di mestiere faccia “il carceriere”, non sono affezionato al carcere. L’impressione è che ci sia un accanimento di pena. Ripeto, ancora una volta. La prigione non è la migliore delle pene se ci poniamo determinati obiettivi.

Da direttore di carcere per oltre 20 anni, quali sono stati i momenti più difficili?

I suicidi. Tutto il resto fa parte della tua professionalità. Anche vederti ammazzare a pochi passi una persona. Davanti ai miei occhi venne ucciso Francis Turatello. Nel penitenziario di Bad’e Carros, in Sardegna. L’evasione e le rivolte fanno parte del tuo rischio quotidiano, il suicidio no. Specie quando non hai capito cosa stava per succedere. Non scorderò mai la morte di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Si suicidò nelle docce di San Vittore, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Ci avevo parlato poche ore prima e ricordo ancora quello choc. Il suicidio ti dà il dolore per una vita che se ne va. Ma anche l’amaro senso di impotenza. E’ il momento più frustrante da affrontare nel tuo lavoro. 

Intervista di Federico Colosimo - Il Giornale d'Italia, 3 novembre 2012

 

CHI E' LUIGI PAGANO

Con Alfredo Paolella, medico e docente, vittima del terrorismo di sinistra, è stato il fautore della riforma penitenziaria del 1975. Nato a Cesa (Caserta) nel 1954. Laureato in legge. Tesi di specializzazione in criminologia sulle misure alternative alla detenzione e sull’importanza del rapporto esterno. Sposato, due figli. Da poco nonno. Lui è Luigi Pagano, attuale Vice Capo Dap (dipartimento amministrativo penitenziario). Nel ’78 partecipa al concorso per diventare direttore amministrativo degli Istituti penitenziari. A 25 anni è amministratore del carcere di Pianosa. Dal 1989 al 2004, Direttore del carcere di San Vittore (Milano). Ex provveditore generale dell’amministrazione penitenziaria lombarda. Con “Il Giornale di Italia”, affronta la grave situazione delle carceri italiane.