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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 28/12/2012  -  stampato il 07/12/2016


Simonetta Matone in cerca di un posto in Parlamento se non vince alla Regione Lazio

Candidato della società civile sì, ma con ambizioni politiche ben dichiarate. Simonetta Matone, magistrato, ci riprova. Nel 2008 era sul punto di essere candidata con l'Udc, prima che Casini «rompesse» con Berlusconi. E adesso, per accettare di correre alla Regione Lazio con un centrodestra allo sbando, diviso tra «berlusconiani», montiani dell'ultima ora rimasti col cerino, nuovi adepti dei «Fratelli d'Italia» di Meloni-Crosetto-La Russa, detta le sue condizioni.

In particolare, la Matone vorrebbe che il partito (quale?) le garantisse un seggio parlamentare, una sorta di «paracadute» in caso di mancata vittoria alla Pisana. Scenario che, sondaggi alla mano, viene dato come il più probabile. In caso di sconfitta, allora, il magistrato non vorrebbe restare a guidare l'opposizione a Zingaretti, ma punterebbe sul parlamento. Anche perché, secondo chi ci ha parlato in questi giorni, la Matone non avrebbe preso benissimo il modo in cui è uscita la sua candidatura. Data come anticipazione di stampa (dall'agenzia Omniroma), senza che lei ne sapesse ancora niente. Operazione che le avrebbe «compromesso» anche eventuali avanzamenti di carriera al Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) del quale la Matone è vice capo.

Un problema in più per il Pdl, già pronto a schierarsi intorno al suo nome. Lo ha ribadito anche Alemanno, alla vigilia di Natale: «Ne ho parlato con Berlusconi il 23 dicembre: serve un candidato della società civile». Ma nel centrodestra sono tutti in subbuglio. «Garantire» la Matone con un seggio parlamentare sicuro, specie nei due collegi del Lazio, significa automaticamente escludere qualcun altro. In un clima nel quale, in base alle previsioni, i posti disponibili non saranno più di 10-12. Tecnicamente, invece, non ci sarebbero problemi: la Matone potrebbe correre contemporaneamente per il Parlamento e la carica di governatore, e poi optare. Fece così, del resto, anche Emma Bonino nel 2010, che si candidò per il centrosinistra pur essendo senatrice in carica.

Persa la sfida con la Polverini, la leader dei Radicali rimase a Palazzo Madama, «liberando» un posto per la lista a lei collegata. Gli altri sono alla finestra. Francesco Storace medita se scendere in campo comunque: dipenderà anche dagli accordi nazionali. Mentre il gruppo della Meloni, che ha proposto la Lorenzin, cercherà un'intesa col resto del centrodestra.

E la competizione per il sindaco? Votandosi le comunali a fine maggio (o a giugno, a causa del calendario scolastico), ad Alemanno rimangono poche opzioni: o si dimette, entro sette giorni dallo scioglimento delle Camere, oppure «salta» la finestra delle politiche. Il sindaco, ieri, ha ribadito via Facebook: «Ripartiamo da Roma. Come più volte promesso, non mi candido al Parlamento ma rimango a fare il sindaco di Roma. Dobbiamo lavorare sul territorio, ricostruire appartenenze comunitarie, risvegliare la partecipazione popolare e la cittadinanza attiva».

E ancora: «Così rinasce la buona politica oltre ogni schema ideologico, ogni imposizione tecnocratica e ogni demagogia. Io rimango a fare il mio dovere per aiutare Roma ad uscire dalla crisi economica. Con l'impegno di tutti il 2013 sarà un anno di nuova speranza».

Ernesto Menicucci - roma.corriere.it

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