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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/03/2013  -  stampato il 04/12/2016


Don Gino Rigoldi, cappellano dell'IPM Milano: "turni anche di 16 ore dei Poliziotti penitenziari"

Pare che al Beccaria "non si pigliassero proprio", la direttrice e il comandante. Quando uno diceva "giorno" l'altra rispondeva "notte" e viceversa, o comunque c'erano troppe incomprensioni, troppi motivi di litigio e di dissenso fra i due: Daniela Giustiniani e Nico Costa si sono dimessi entrambi nel giro di tre giorni, fra martedì e giovedì della scorsa settimana (come anticipato ieri da Il Giorno, ndr).

Prima il comandante e poi la direttrice. Il motivo in due parole: "Problemi cronici", sintetizza don Gino Rigoldi, energico cappellano del carcere minorile milanese, oltre quarant'anni passati insieme ai "ragazzi difficili" di via Calchi Taeggi.

Padre, come mai la situazione era diventata tanto esplosiva? "Mettiamola così: c'erano divisioni interne ormai insanabili". Quali erano i motivi di scontro? "Differenze di vedute sui metodi. La direttrice aveva forse un approccio più morbido coi ragazzi, ma comunque non è che il comandante fosse un duro che voleva punirli. Tutt'altro. Il fatto è che i due non andavano d'accordo".

Che succede adesso? "Adesso arriveranno Nuccia Micciché e Alfio Bosco: nuova direttrice e nuovo comandante. Ma resteranno poco, tre mesi al massimo. Quindi bisognerà rimettere mano alla squadra in via definitiva".

Di cosa ha bisogno il carcere? "Di persone che sappiano fare squadra. I ragazzi devono vedere figure coese, capaci di lavorare bene insieme e di progettare il futuro".

Cosa pensa della carenza di personale fra gli agenti? Anche quella ha contribuito a inasprire gli animi? "Il problema c'è e si sente molto, ma non si dica che siamo allo sbando, perché non è vero affatto. È vero però che gli agenti sono ben al di sotto del numero previsto, sono spesso costretti a turni doppi, fino a 16 ore. Sono giovani, vengono quasi tutti dal Sud o dalla Sardegna, hanno la famiglia e gli affetti lontani. Non è facile, non è per niente facile, nemmeno per loro".

I rischi poi aumentano per tutti... "Per forza. La notte in cui scoppiò l'incendio dentro al carcere, nel settembre scorso, di turno si era ritrovato un solo agente. Poi arrivarono i rinforzi, ma può ben immaginare".

E i detenuti? "I ragazzi del Beccaria sono cambiati molto in questi anni. Quando arrivai, nel 1971, erano muscolari, istintivi, sbruffoni. Adesso, invece, mi sembrano timidi e introversi. Hanno soprattutto bisogno di qualcuno che voglia ascoltarli e che sappia prenderli sul serio. E poi vogliono affetto, a volte lo chiedono in un modo così forte e spontaneo che io ne resto stupito. Don, fammi una carezza, dammi un abbraccio. È incredibile. Che poi io tiro un po' via, perché non sono uno a cui piacciono troppo le smancerie".

Se potesse cambiare qualcosa? "Noi non siamo un'isola, c'è tutto un mondo fuori di qui. E per quanto possiamo impegnarci per il recupero di questi ragazzi, è fuori che devono trovare l'accoglienza, il lavoro, l'inserimento".

E per quelli che sembrano più incontenibili, come il Piccolo Vallanzasca (il ragazzo di 15 anni che aveva organizzato una rivolta nel carcere, ndr)? "Oh, ma lui è migliorato tantissimo, ha fatto grandi progressi, è molto maturato. Quasi non lo si riconosce più. Pensi che lo abbiamo pure battezzato. Sa, qui dentro abbiamo una liturgia tutta nostra".

E lei che ruolo ha in questa liturgia?
"Io? Io faccio il papa.

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