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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 16/04/2013  -  stampato il 10/12/2016


Indagati tre agenti penitenziari per omessa custodia: detenuto sferrò pugno al magistrato in visita

Falso e omessa consegna: sono stati indagati i tre agenti della penitenziaria di Viterbo - M. F., L. F. e F. C. - che lasciarono il pm Giovanni Musarò nelle mani di Domenico Gallico. Il superboss della 'ndrina omonima che, per riciclare, si serviva del Caffè Chigi (confiscato nel 2012) nei pressi di Montecitorio, avrebbe approfittato «con premeditazione» del faccia a faccia con il magistrato per colpirlo e fratturargli il naso.

Mediaticamente sottovalutato, derubricato a episodio di puro colore, il caso risale al 7 novembre scorso. Quel giorno, nel carcere di massima sicurezza, è fissato l'incontro fra il pm che a Reggio Calabria rappresenta l'accusa nei confronti di Gallico. Nella fedina penale del superboss, oltre ai reati compatibili al ruolo (estorsione, sequestro di persona, omicidio), c'è un precedente oltraggio a un giudice. Il presidente di un collegio al quale Gallico sganciò un pugno anni prima.

Il boss è imprevedibile, qualche volta cupamente teatrale (durante un'udienza processuale è tornato a minacciare di morte il pm) ma soprattutto ha qualche rancore nei confronti del magistrato che da anni persegue la sua famiglia, tra le più spietate nella fascia tirrenica della piana di Gioia Tauro, come spiega lo stesso Musarò agli investigatori di Viterbo: «I Gallico sono stati protagonisti di una faida che è durata dieci anni, costellata da - credo - più di cinquanta morti e non ricordo più quanti feriti».

Quando il pm parte per Viterbo il Tribunale di Reggio ha appena sequestrato l'abitazione storica dei Gallico «una villa - spiega Musarò - molto famosa che, a Palmi è un simbolo della 'ndrangheta, sostanzialmente». Tempo prima, un cugino di Gallico, a cui Musarò aveva notificato una serie di contestazioni, aveva tentato di recidersi la carotide nel carcere di Brescia.

Nella guerra dello Stato contro i Gallico, i magistrati devono fronteggiare grumi di risentimento personale. In questa cornice viene fissato l'incontro a Viterbo. Reggio Calabria, si sa è lontana, anche se a Roma se ne sente parlare sempre di più. Il 29 ottobre Musarò invia una lettera «al direttore della casa circondariale di Viterbo» nella quale chiede, come è consueto: «Si prega di mettere a disposizione due agenti di Polizia Penitenziaria, che assisteranno il magistrato nell'espletamento dell'atto istruttorio». Comunica anche preventivamente alcuni fatti avvenuti in precedenza, minacce, aggressioni nei suoi stessi confronti da parte del solito Gallico.

Quel giorno il superboss entra nella stanza dell'interrogatorio con il sorriso e, al pm che gli va incontro, dice appena: «Finalmente ho il piacere di conoscerla...». Poi, gli sferra un pugno sul viso e insiste mentre l'altro si protegge con l'avambraccio e grida. Solo a questo punto, la stanza si riempie e gli agenti accorrono per separarli. Ma perché lasciar entrare Gallico senza di loro? Il boss può negoziare un momento per sé anche dal regime di 41 bis? Può con disinvoltura liberarsi della sorveglianza della Polizia Penitenziaria come niente fosse?
L'inchiesta ha ricostruito che per sfuggire alle contestazioni i tre avrebbero messo mano al verbale del carcere, falsificandolo. Ora saranno loro a dover fornire la loro versione dei fatti.

Ilaria Sacchettoni - http://roma.corriere.it

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