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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 25/04/2013  -  stampato il 03/12/2016


Ecco come i tre detenuti evasero da Voghera: uno ancora latitante

Un'evasione che si poteva evitare. Anzi, che si doveva evitare. La rocambolesca fuga di tre detenuti albanesi dal carcere di Voghera, nel marzo di due anni fa, era stata annunciata e l'intervento della Polizia Penitenziaria - che c'è stato - si è però dimostrato inefficace.

Questo emerge dagli atti del processo che si è aperto davanti al tribunale di Voghera nei confronti proprio dell'organizzatore della fuga, ossia Dritan Rexhepi, 32 anni, oggi super ricercato dalle polizie di mezza Europa e considerato dalla stampa inglese uno dei 17 criminali più ricercati dalla polizia di sua maestà britannica. Rexhepi, assistito dall'avvocato Grazia Lanfranchi, è ovviamente contumace, mentre gli altri due complici - Leonard Mirtaj e Ylli Ndoj - sono stati arrestati e hanno già patteggiato altri 16 mesi di carcere.

Allegata agli atti del processo c'è una relazione dell'Ufficio ispettivo del ministero della Giustizia che, pur assolvendo le strutture e gli uomini al lavoro al carcere di Voghera, segnalano una serie di errori, omissioni e anche gravi limiti della struttura di via Prati Nuovi. In primo luogo l'Ufficio ispettivo del ministero ricorda la segnalazione, circostanziata, che avvisava del progetto di evasione.

Una prostituta albanese che esercita in Umbria e che era stata sentimentalmente legata a uno dei tre, si era messa in contatto con i carabinieri di Perugia dicendo che un parente di Rexhepi aveva ricevuto una lettera - scritta in albanese - dal detenuto che chiedeva nuovi lime per il ferro, perché quelle che erano già state recapitate in carcere (sic!) non funzionavano bene. E così, a quanto pare, una nuova fornitura di seghetti viene fatta all'intraprendente trio.

Fatto sta che ai primi giorni di marzo gli agenti di custodia entrano nelle celle dei tre albanesi e, in effetti, dietro un attaccapanni, nel muro, vengono rinvenuti alcuni aggeggi utili a segare le sbarre. La direzione del carcere decide l'immediato trasferimento dei detenuti dal reparto nel quale si trovavano ad un altro. A quanto pare, però, i tre non vengono controllati più di tanto, nei giorni successivi anche perché - segnalano gli ispettori del ministero - nella struttura penitenziaria vogherese c'è una cronica carenza di personale. I tre continuano nel loro piano.

Nottetempo trasformano le coperte in solide corde e, rompendo uno dei letti in ferro, si costruiscono un gancio. La mattina del 17 marzo escono dalle celle, per un'ora stazionano in un'area di fatto di passaggi dove le grate (incredibile a dirsi) sono realizzate, evidentemente per risparmiare, in acciaio più dolce. Per non far sentire i seghetti i tre "sparano" la musica di una radio a mille, piazzano una specie di specchio retrovisore per controllare di non essere disturbati.

Quando è l'ora di rientrare in cella - è ormai mezzogiorno - hanno segato la sbarra. Passato il pranzo, in concomitanza con il cambio turno delle guardie, escono tutti e tre, indossano i giubbotti e sotto nascondono le coperte. Senza essere controllati tornano dove la grata è stata segata. La piegano, si arrampicano e, con gancio e coperte si calano dal blocco numero 5, arrivano al muro di confine, utilizzano la stessa attrezzatura e riescono a salire in cima. Usano i giubbotti - che resteranno appesi - per scavalcare il filo spinato. Percorrono diverse centinaia di metri in campagna, poi arrivati alla strada bloccano un'auto, una Dahiatsu guidata da Teresa Ivaldi. Minacciano la donna e salgono in auto. E spariscono.

La Provincia Pavese