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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/05/2013  -  stampato il 05/12/2016


Droga dentro i maialetti e agnelli: cibo destinato ai detenuti, indagati anche agenti Polizia Penitenziaria

Trffico di droga in carcere sventato dalla Polizia Penitenziaria: la droga entrava nel carcere di Sassari dentro il cibo destinato ai detenuti, indagati anche altri Agenti di Polizia Penitenziaria.

Maialetti e agnelli cucinati e portati dai familiari ai cari reclusi in cella. Ma al ripieno di droga. Stupefacente che sarebbe stato nascosto nelle pietanze “in un preservativo o in un finto osso”, di quelli in plastica per i cani. Talvolta, invece, il viatico era più classico, sebbene altrettanto fantasioso, come un pomodoro o un’arancia.

Di necessità, virtù. Non difettavano certo di fantasia i presunti sodali di una associazione a delinquere che facevano filtrare droga a San Sebastiano, almeno fino al 2008. E la spacciava ai tanti detenuti tossicodipendenti di cui tutte le carceri sono piene. Non lo dice solo il “super pentito” Giuseppe Bigella, il portotorrese condannato per due omicidi - la gioielliera Fernanda Zirulia (2005) e il detenuto Marco Erittu (2007) - e ora teste d’accusa al processo-bis in Corte d’assise per la strana morte in cella. Agli atti dell’inchiesta sul giro di droga tra le celle, ora approdata in udienza preliminare, ci sono i verbali di altri tre collaboratori di giustizia o “dichiaranti”, che descrivono modalità di approvvigionamento dall’esterno delle mura, distribuzione ai detenuti, consumo.

Alcuni di loro lanciano accuse precise a tre agenti di Polizia Penitenziaria (tutti in congedo) imputati per concorso esterno in associazione a delinquere. Oltre a loro, ci sono il presunto boss dell’organizzazione, Pino Vandi, 46 anni, che con altri sette reclusi (Saba, Iacono, Bigella, Sanna, Deaddis, Carboni, Piga) risponde di associazione a delinquere. E poi 34 tra ex reclusi e familiari, imputati per spaccio. Dopo il racconto di Bigella, a far quadrare il cerchio - secondo la Direzione distrettuale antimafia di Cagliari, che indaga col pm Giovanni Porcheddu - sarebbero le testimonianze di due napoletani, Pasquale Cozzolino e Giovanni Brancaccio, e di un maghrebino, Kabbab Khalid. I campani furono arrestati in Sardegna perché corrieri, poi entrati nell’orbita di quella che descrivono come una cupola, disarticolata dalla stessa Polizia Penitenziaria che ha condotto le indagini con i carabinieri.

Proveniente dalla Campania, Brancaccio era sbarcato a Olbia, nel 2007, con 5 chili di eroina. Ed era stato beccato. A San Sebastiano aveva subito capito l’antifona, tanto da accreditarsi come uomo dei Casalesi, sebbene non li avesse mai visti né conosciuti. E fu un’ottima idea: uno dei detenuti gli si presentò subito come amico di Ciccio Sandokan, Francesco Schiavone, il camorrista di Casal di Principe. Così Brancaccio riuscì ad accreditarsi presso Pino Vandi, racconta il pentito a verbale, che incontrava “per organizzare un canale per la fornitura periodica e costante di cocaina a Sassari - spiega - da spacciare dentro e fuori il carcere”. È soprattutto Brancaccio che ripercorre l’intera filiera, dall’ordinativo all’assunzione.

“Chi voleva comprare drogarsi rivolgeva agli uomini di fiducia di Vandi, e tramite i familiari all’esterno pagava in anticipo - racconta il pentito - a prezzi di mercato”. Alla domanda del pm sulle modalità in cui veniva portata la droga nell’istituto, Brancaccio chiarisce: “Tramite gli agenti (si riferisce ai tre sotto inchiesta, ride) che la portavano nascosta sotto i vestiti; e poi tramite gli alimenti portati dai familiari dei detenuti”, maialetti e agnelli farciti di stupefacenti. “In questo modo - rivela - entrò parecchia eroina e cocaina”. Droga a volte trovata dagli agenti e poi segnalata all’autorità giudiziaria. Ma se superava i controlli, veniva distribuita subito ai destinatari oppure nascosta in posti sempre diversi.

“Nelle parti asciutte dei locali docce, come i tubi vuoti e dietro le inferriate delle finestre, attaccata al muro con lo scotch, negli involucri delle scope, in corrispondenza delle avvitature, nei tubolari delle brande”, per poi essere distribuita attraverso gli “spesini”, cioè i reclusi che giravano tra le celle per raccogliere le richieste di acquisto al sopravvitto. Brancaccio parla anche di pezzi di una pistola, una canna e una molla, forniti a un recluso che voleva vendicarsi di uno sgarbo. Ma non è chiaro se la circostanza sia stata poi riscontrata. La droga veniva consumata nelle celle, talvolta in gruppo. In un caso - dice il collaboratore - “vidi un detenuto che si faceva una pera in cucina”. E capitava pure che qualcuno andasse in giro con “l’eroina sotto l’orologio Swatch”.

Ora tutte queste accuse devono passare al vaglio di un giudice. Il 20 maggio i 44 imputati - agenti ed ex detenuti - dovranno presentarsi con i loro legali davanti al gup di Cagliari (competente, finora, perché sede della Dda) per eventuali scelte di riti alternativi, poi il pm Porcheddu ribadirà la richiesta di un processo. E solo a quel punto, il giudice deciderà se le prove sono sufficienti a portare tutti in Tribunale.

La Nuova Sardegna