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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/05/2013  -  stampato il 02/12/2016


Indagini su lavori al carcere di Larino: appalti a ditta in odore di camorra

Carcere di Larino: appalto per i lavori affidati a ditta con legami camorristici.

La Procura di Campobasso ha aperto un fascicolo di indagine sulla controversa vicenda dei lavori di “adeguamento acustico” del carcere di Larino (un appalto da oltre 600 mila euro) provvisoriamente affidati a una impresa di Castellamare di Stabia su cui gravano sospetti di collusione con la camorra. E’ stato il sostituto procuratore Nicola D’Angelo ad avviare l’inchiesta, per il momento solo un’indagine conoscitiva protocollata col numero 316/13 al modello 44.

Si tratta di un passo avanti importante nella strada che dovrebbe portare chiarezza sull’esistenza o meno di infiltrazioni della criminalità organizzata nella nostra regione ed è probabile che il pm D’Angelo nelle prossime settimane prenderà contatti con le altri procure italiane che hanno avviato procedimenti giudiziari sulla ditta a cui è stato affidato l’appalto per il penitenziario larinese. E non solo: il magistrato potrebbe anche convocare G.C. il testimone di giustizia che a più riprese ha rivelato i meccanismi degli affari “poco trasparenti” dell’impresa in questione.

A portare alla luce la vicenda era stato un articolo pubblicato su primonumero.it il 18 marzo scorso con il quale veniva ricostruita la cronistoria dell’affidamento dei lavori alla P.T.A.M. Srl. Il 15 settembre del 2012, infatti, il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche di Campania e Molise (che dipende direttamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) aveva indetto un bando di gara a evidenza pubblica per affidare i lavori di recinzione del penitenziario di contrada Monte Arcano, a Larino. Sono lavori che prevedono la costruzione di alcune paratie intorno al penitenziario in modo da eliminare i cosiddetti “fenomeni di inquinamento acustico”. Alla gara, i cui termini per la presentazione delle offerte scadevano lo scorso 17 ottobre, avevano partecipato 27 ditte. L’ importo complessivo previsto era di 937.630,66 euro, la base d’asta di 907mila euro. La P.T.A.M. riuscì a spuntarla sulla concorrenza proponendo il prezzo più basso: in pratica si è detta disposta a prendere in appalto i lavori con un ribasso del 28 per cento rispetto alla base d’asta, e quindi per un prezzo complessivo di 682.151,09 euro.

Sin qui nulla da eccepire anche perché il Ministero recupererebbe circa trecentomila euro di quelli messi in conto. Ma dietro alla ditta campana, alla sua proprietà e al suo attuale amministratore unico, crescono come funghi nel bosco ombre di legami criminosi.
La P.T.A.M. ovvero Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario Vuolo, cioè i componenti di una famiglia già nota alle cronache giudiziarie poiché alcune delle loro società sono sotto indagine. La Procura fiorentina investigando sui crolli di pensiline e ponti ciclopedonali realizzati dalla P.T.A.M. lungo le autostrade italiane ha evidenziato insoliti mutamenti di progetto in corso d’opera e presunti tentativi di corruzione. Nove persone sono indagate: quattro appartengono ai Vuolo e al loro entourage. Il 6 dicembre gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia fiorentina, in seguito all’ennesimo crollo avvenuto il 19 novembre di alcuni pannelli al casello di Rosignano sulla A12, ha fatto perquisire gli uffici dell’impresa in quanto si sospetta che nella vicenda sia coinvolto anche il clan camorristico D’Alessandro di Castellamare di Stabia, sospettato di fare affari con e attraverso i Vuolo.

In effetti, il curriculum penale dei Vuolo è alquanto ricco di medaglie: Pasquale Vuolo, soprannominato ‘capa storta’, fu arrestato nel 2003 per associazione mafiosa con l’aggravante del traffico di armi e estorsione. Venne condannato a 13 anni, fu scarcerato dopo 7 e ora è sottoposto a sorveglianza speciale. Sua moglie, Lucia Coppola, è figlia di Gaetano Coppola detto a ‘cassa mutua’ considerato dagli investigatori campani un punto di riferimento all’interno del clan dei D’Alessandro. L’attuale amministratore unico della P.T.A.M. è la mamma di Pasquale, Giuseppina Cardone, moglie di Mario Vuolo. Fu sottoposta a firma periodica per via delle diverse attività illecite compiute negli anni. Inoltre va ricordato che il 29 febbraio 2008 il Consiglio di Stato sentenziò (VI Sent., 29 febbraio 2008, n. 756 ) che la signora Giuseppina Cardone non possedeva i requisiti per poter accedere al nulla osta antimafia.

Nonostante una sentenza del Tar della Campania e del Consiglio di Stato dove si accertarono gli stretti legami tra i Vuolo/Cardone e i D’Alessandro, i titolari della P.T.A.M. sono ancora una potenza nel ramo del ferro e tranquillamente partecipano a gare pubbliche pur non avendone i requisiti.
Del resto, la legge prevede che l’informativa antimafia sia obbligatoria solo per quegli appalti che superano i 5 milioni di euro, somma nemmeno sfiorata per i lavori al carcere di Larino a per altri appalti affidati negli anni all’impresa di Castellamare di Stabia. Sotto i 5 milioni infatti è sufficiente un’autocertificazione delle proprie credenziali morali. In sostanza basta un semplice pezzo di carta bianca per “documentare” le proprie credenziali morali anche a discapito di sentenze definitive e inchieste in corso. Un regolamento che ha dell’assurdo e che permette a chiunque di dichiarare il falso e magari aggiudicarsi anche i lavori.

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