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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/06/2013  -  stampato il 10/12/2016


Ecco come i cartelli dei narcos messicani cercano nuove reclute nelle carceri USA

Cartelli dei narcos messicani reclutano nuovi adepti nelle carceri USA.

Le carceri Usa si sono trasformate in un terreno fertile per i “buscaderos de talento” (ricercatori di esperti) dei cartelli messicani. Le autorita' nordamericane, lo scorso mese hanno accusato Idalia Ramos Rangel, alias La Tia o Big Momma, che opera nel cartello del Golfo e che, insieme a suo figlio -Mohammed Mo Martinez, incarcerato nella prigione di Forrest Rock in Arkansas- entrata in contatto con detenuti statunitensi che erano sul punto di uscire dalla prigione perche' lavorassero nello spaccio di droghe. Secondo la Polizia, Martinez e Ramos reclutarono Emmanuel Illo e Mervin Johnson nel 2010 perche' distribuissero droghe in Arkansas.

Seth Ferranti, detenuto a Forrest Rock dal 1993 per un reato di traffico di droghe, collaboratore della rivista Rolling Stones e The Daily Best, nonche' fondatore di Gorilla Convict -una casa editrice che distribuisce libri sulla vita in prigione- dice che, in effetti, i cartelli messicani sono interessati a rafforzare le proprie reti di distribuzione in Usa -il Paese col maggior numero di consumatori di droghe al mondo- e che, per questo, utilizzano i propri contatti in carcere. “Qui e' come un fiera dell'impiego”, dice in un messaggio di posta elettronica inviato al quotidiano spagnolo El Pais. “Accade qui, ma sono convinto che succede nel resto del Paese e ovunque ci siano dei messicani che abbiano rapporti con i cartelli”. Il 68% dei 51.000 detenuti nelle carceri Usa, sono messicani.

“Questa non e' una novita'. Il carcere e' l'universita' della delinquenza. E' molto comune, e sempre e' stato cosi', che si abbiano contatti e si pianifichino crimini. La differenza e' che primi i grandi reclutatori erano le mafie colombiane ed italiane, ora invece sono quelle messicane, che' hanno piu' potere”.

I cartelli messicani sono “la principale minaccia in Usa riguardo al crimine organizzato”, ha detto lo scorso mese di aprile Jack Riley, direttore dell'ufficio della DEA di Chicago. Nel 2008, le autorita' Usa avevano rilevato attivita' criminali dei narcos messicani in 250 citta' del Paese. Nel 2011 le citta' sono diventate 1.200. “Guarda dove sono ora. La gente dice 'questo accade alla frontiera, non e' un nostro problema. Ma lo e'. I narcotrafficanti operano a Chicago come se fossero li'", dice Riley in una intervista all'agenzia stampa Associated Press. La DEA ha arrestato un operatore del cartello de La Familia (Michoacan, sulla costa del Pacifico in Messico) nel 2011, che viveva in un tranquillo quartiere di Chicago da dove dirigeva le reti di distribuzione della droga in citta'.

E per rafforzare la distribuzione, sono necessarie risorse umane. Da questo parte il reclutamento nelle prigioni Usa. Ferranti descrive che i narcos messicani hanno stabilito un modello di selezione, che inizia con un'analisi della storia del candidato. “Si capisce che nel carcere c'e' una gerarchia che si stabilisce con il rispetto. Che si tratti di un negro o di un bianco, se nel carcere e' rispettato, per i messicani sarebbe pronto. Prima di avere un approccio con essi, si informano sulla loro affidabilita' e reputazione precedente al carcere. Cercano persone che siano disposte a far parte dei propri canali di distribuzione, che siano al corrente di come questi funzionino in Usa. Che abbiano contatti e conoscenze che una persona che dovesse venire semplicemente dal Messico non avrebbe”.

Un altro detenuto, che chiede l'anonimato, racconta in un altro messaggio di posta che le condizioni “sono perfette per i cartelli”: “Io sto per finire una condanna a 10 anni e ci sono gia' due bande che mi hanno fatto offerte. Mi chiedono, quando usciro', di trasportare 20 Kg di cocaina. E' una follia. Non avevo voglia di tornare in strada a vendere droghe, ma 20 chili? Andrei immediatamente in carcere e mi condannerebbero all'ergastolo, capisci cosa dico?”.

Secondo Ferranti, reclutare detenuti nordamericani per la distribuzione di droghe in Usa, e' diventato un “fatto corrente” per i cartelli messicani. “La EME (la banda piu' potente delle carceri nordamericane, fondata da messicani negli anni '50) e la Hermandad Aria (altra banda di detenuti in Usa) lavorano come sicari per il cartello del Golfo”, spiega. Il detenuto che ha chiesto l'anonimato descrive come la Hermandad e un'altra banda chiamate Tango Blast lavorano per i Los Zetas in Texas.

“Comprano armi in Usa che poi inviano in Messico” dice attraverso un messaggio. “Al contrario delle bande nordamericane, i cartelli messicani dicono chiaramente che non vengono in Usa per cercare un punto di distribuzione, ma perche' intendono impossessarsi del mercato”.
Ma perche' contattare degli statunitensi? Ferranti dice che i messicani che non sono direttamente connessi al narcotraffico preferiscono mantenersi ai margini per “paura per le proprie famiglie”, per cui e' naturale che cerchino delinquenti nordamericani che “conoscono meglio le reti di distribuzione ed abbiano contatti che nessuno che viene dal Messico potrebbe avere. Tra messicani che hanno rapporti diretti coi principali cartelli del narcotraffico e statunitensi che sanno come vendere le droghe nelle strade, cosa pensi che succedera?”.

Ferranti descrive anche le offerte che hanno “molto successo” presso i detenuti. “Molti qui non sono in una posizione in cui possano decidere di non essere disponibili. I cartelli ti fanno un'offerta per dar da mangiare alla tua famiglia e molti ci stanno. Il problema e' che tutti credono che diventeranno un nuovo “Scarface”. Ma non e' vero. Neanche Tony Montana sopravviverebbe”.

(articolo di Veronica Calderon, pubblicato sul quotidiano El Pais del 16/06/2013)