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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/07/2013  -  stampato il 09/12/2016


TotÚ Riina si confida con Agenti di Polizia Penitenziaria del GOM e parla dei rapporti tra Stato e mafia

Due Poliziotti penitenziari del GOM, che scortavano Totò Riina dalla cella alla sala delle videoconferenze per un'udienza al processo alla trattativa tra lo Stato e la mafia, hanno raccolto in una relazione di servizio le dichiarazioni che il boss mafioso ha rilasciato loro durante il tragitto.

Nuove rivelazioni sull'esistenza della trattativa stato-mafia. Un agente di Polizia Penitenziaria chiede al boss: «E' vero che ha lei ha dato un bacio ad Andreotti?» e lui risponde: «Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Ai suoi custodi Riina ha detto pure: «Appuntato, ha visto? Sono ancora un orologio svizzero, anche se mi sono fatto vecchio». Il dialogo tra Polizia Penitenziaria e l'ex numero uno della mafia, è avvenuto lo scorso 31 maggio, durante la pausa di un'udienza alla quale il boss partecipava in teleconferenza.

IL CONTATTO INIZIALE - «Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me». Avrebbe anche detto il capo dei capi. Le sue confidenze, fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenaziarie del carcere Opera di Milano, sono finite adesso agli atti del processo per la trattativa tra Stato e mafia. Le relazioni delle due guardie del Gom e le relazioni di servizio sono state depositate oggi al processo in corso a Palermo. Uno dei due agenti penitenziari spiega: «Sia io che il mio collega abbiamo chiaramente udito questa frase che non è stata preceduta o seguita da altre espressioni di Riina che potessero farci comprendere meglio il contesto da cui scaturiva». E poi ha ribadito: «Riina era assolutamente lucido, cosciente, padrone di sé e ha scandito quelle frasi perchè noi le sentissimo chiaramente». «La frase è stata profferita da Riina - spiega la guardia penitenziaria - circa uno o due minuti prima dell'accesso nella saletta e cioè durante il tempo utile a coprire il breve percorso del corridoio, considerato anche il passo lento del detenuto ormai anziano». Quella stessa mattina, Riina si sentì male e vomitò nella saletta da cui assisteva al processo per la trattativa.

LA CONFERMA - Dal capomafia dunque arriverebbero clamorose conferme sull'esistenza della trattativa Stato-mafia. Agli agenti penitenziari il boss avrebbe detto anche che a farlo arrestare furono Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. L'agente del Gom ha spiegato al pm che lo ha interrogato che il capomafia, ogni volta che deve assistere al processo per la trattativa si innervosisce molto: «In tutti gli anni in cui ho prestato servizio presso il carcere di Opera con il detenuto Riina, le due occasioni sono le uniche nelle quali lo stesso si è lasciato andare a commenti relativi ai suoi processi». E ancora: «Effettivamente ho notato che Riina appare piuttosto infastidito dal suo coinvolgimento in questo processo palermitano, come mai mi era accaduto di notare in passato».

LA RELAZIONE - Le parole del boss, che non è da ritenersi un collaboratore di giustizia, sono finite in una relazione degli agenti che è stata depositata agli atti del processo sulla trattativa insieme agli interrogatori dei poliziotti penitenziari che hanno sentito le frasi di Riina. Secondo l'interpretazione degli inquirenti, confermerebbero le dichiarazioni del figlio di Ciancimino, Massimo, che ha raccontato ai pm che furono il padre e Provenzano a fare arrestare Riina ai carabinieri a gennaio del 1993. Il padrino avrebbe fatto riferimento poi alla circostanza che qualcuno sarebbe andato da lui: frase sibillina che potrebbe alludere al tentativo di dialogo avviato dal Ros con Riina attraverso Vito Ciancimino che avrebbe segnato l'avvio della trattativa. 

corriere.it

 

L'ex capo di Cosa nostra Totò Riina avrebbe indirettamente confermato l'esistenza della presunta trattativa Stato-mafia, segnalando inoltre la presenza dei servizi segreti in via D'Amelio a Palermo, dove nel 1992 fu ucciso il giudice Paolo Borsellino.
Lo scorso 31 maggio, durante una pausa del processo parlando con due poliziotti penitenziari Riina avrebbe pronunciato delle frasi che sono state messe a verbale e depositate al processo in corso a Palermo.

Le rivelazioni di Riina - "Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me". E ancora: "Mi hanno fatto arrestare Provenzano e [l'ex sindaco di Palermo Vito] Ciancimino, non come dicono i carabinieri", avrebbe detto Riina, confermando indirettamente quanto rivelato in passato dal figlio dell'ex sindaco mafioso, Massimo Ciancimino, e cioè che attraverso il padre i carabinieri del Ros avrebbero cercato un contatto per fermare le stragi mafiose.
A proposito del "papello", poi, il documento con le richieste di Cosa nostra che Vito Ciancimino avrebbe passato al Ros, il capomafia ha detto di non saperne niente. "Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti". "La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa [di Borsellino]. Ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi". Infine, l'accusa più infamante: "La vera mafia sono i magistrati e i politici - avrebbe detto ancora Riina, detenuto dal 1993 - che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine".

Riina: "Io andreottiano da sempre" - Il boss della mafia avrebbe inoltre rivelato si essere andreottiano da sempre. "Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre". Queste le parole che avrebbe detto all'agente penitenziario del Gom che gli chiedeva se fosse vera la storia del bacio tra lui e Giulio Andreotti.
"Ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? - avrebbe aggiunto Riina - Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e tutta la mia famiglia". E ancora: "Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli. Io di questo papello non so niente. Non l'ho mai visto" avrebbe affermato in riferimento al 'papello', cioè la lista con le richieste di Cosa nostra allo Stato per la trattativa.

Dubbi dal direttore del carcere di Opera - Il primo ad esprimere dubbi circa il comportamento del boss è Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera
dov'è detenuto il capomafia corleonese: "Le ripetute e ravvicinate affermazioni del Riina su vicende processuali o fatti che lo riguardano (come l'arresto) appaiono anomale rispetto a un atteggiamento che da sempre lo ha contraddistinto, di 'riservatezza' nell'approccio con gli operatori tutti" afferma. Per Siciliano, la "loquacità" di Riina "potrebbe avere un preciso significato quanto essere riconducibile a un deterioramento cognitivo legato all'età". I due agenti, che avrebbero raccolto le dichiarazioni del boss in una pausa del processo nell'udienza del 31 maggio scorso, assicurano che "Riina era assolutamente lucido, cosciente, padrone di se e ha scandito quelle frasi perché noi le sentissimo chiaramente".

L'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia - I pm sostengono che una presunta trattativa sarebbe stata intavolata con i capi mafiosi da esponenti istituzionali per cercare di porre fine al periodo stragista, dopo l'attentato contro i giudici Falcone e Borsellino nella primavera del 1992. Tra gli imputati nel processo di Palermo figurano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, lo stesso Riina, Massimo Ciancimino e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. Tutti gli imputati - tranne Mancino, a cui si contesta la falsa testimonianza - sono accusati di attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, giudiziario o amministrativo dello Stato, aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra. A Ciancimino sono contestati anche i reati di associazione a delinquere di tipo mafioso e calunnia aggravata.

Lunedì 1 luglio i pm hanno contestato la difesa di Mancino, che ha chiesto di essere giudicato a Roma dal Tribunale dei ministri. I magistrati sostengono che il reato di falsa testimonianza non è ministeriale perché sarebbe stato commesso quando Mancino non rivestiva più incarichi di governo, e che in ogni caso non avrebbe alcun legame funzionale con quegli incarichi.

tg24.sky.it

 

"Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me". "A me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri". Il boss Totò Riina è diventato “improvvisamente” loquace. Dopo anni di silenzio e “riservatezza” si lascia andare a confidenze e commenti con gli agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti. Gli agenti hanno raccolto le sue parole in una relazione di servizio spedita ad Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia. Perché è al presunto patto scellerato che il capo dei capi ha fatto esplicito riferimento mentre stava per essere trasferito dalla sua cella alla saletta delle videoconferenze per assistere al processo.

E sono parole che finiscono per confermare l'impianto accusatorio della Procura che punta a dimostrare l'esistenza del dialogo - la trattativa appunto - avviata nel giugno del 1992 da alcuni ufficiali del Ros con l'ex sindaco di Palermo, don Vito Ciancimino. E non solo: il riferimento a Provenzano e Ciancimino fa il paio con quanto ha sempre dichiarato Massimo Ciancimino. E cioè, che furono il padre e il padrino di Corleone a tradire Totò Riina. Alle 7 e 45 del 21 maggio scorso gli genti penitenziari entrano nella cella del boss nel carcere di Milano Opera. Accompagnano l'infermiera di turno che gli deve somministrare la terapia. “Appuntato ha visto, sono ancora un orologio svizzero anche se mi sono fatto vecchio”, dice Riina, stranamente disponibile a parlare. “Ma quale vecchio, la vedo in piena forma, sembra un giovanotto”, risponde l'agente. E il padrino: “No appuntato sono vecchio mi sto asciugando”.

Il tono è confidenziale. Ed è una confidenza, infatti, quella che l'agente raccoglie dal capo di Cosa nostra su Giulio Andreotti: “Il Riina per nulla indispettito - si legge nella relazione di servizio - ma con modi sprezzanti rispondeva: 'Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre”. Alle 14 e 45 un altro agente accompagna Riina nella saletta da cui assisterà in video conferenza al processo sulla trattativa. Durante una pausa, Riina gli si avvicina: “Appuntato ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare per il processo Stato-mafia? Vogliono chiamare circa 130 persone le pare giusto quello che stanno facendo, mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e alla mia famiglia facendo pure perizie calligrafiche dei mie figli, io di questo papello non so niente, non l'ho mai visto la vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro, loro scaricano ogni responsabilità sui mafiosi, la mafia quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità, io sto bene mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura”.

Riina rincara la dose: “Io sono stato latitante 25 anni in campagna senza che nessuno mi cercasse come è che sono responsabile di tutte queste cose? Nella strage di Capaci mi hanno condannato con la motivazione che essendo il capo di Cosa nostra non potevo non sapere come è stato ucciso il giudice Falcone, lei mi vede a me a confezionare la bomba di Falcone?”. Riina prosegue nel suo racconto che l'agente annota nella relazione di servizio: “Riina affermava che Brusca non aveva fatto tutto da solo e che lì c'era la mano dei servizi segreti, la stessa cosa vale anche per l'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno dire a chi ha consegnato l'agenda? In via D'Amelio c'erano i servizi che si trovano a castello Utveggio e che dopo 5 minuti dall'attentato sono scomparsi ma subito si sono andati a prendere la borsa.”. “Inoltre sussurrava - prosegue la relazione - 'che erano venuti dei magistrati di Caltanissetta e gli avevano fatto vedere delle fotografie chiedendogli se li conosceva ma lui diceva loro chi sono? E i magistrati rispondevano sono dei servizi segreti. Al che lui ribatteva se io l'avessi conosciuti non mi chiamerei Totò Riina”.

Poi la frase: “Io con la magistratura non ci parlo e non voglio avere a che fare con loro è inutile che vengano qua non ho niente da dirgli, se vuole se lei si siede a lei quattro cose gli racconto”. A fine udienza mentre l'agente lo riaccompagna in cella Riina aggiunge l'ultima frase : “.. a me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino e non come dicono i carabinieri... io glielo dicevo sempre di non mettersi con Ciancimino”.

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