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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/07/2013  -  stampato il 04/12/2016


Boss tramite Facebook intratteneva contatti dal carcere con la moglie e altri da identificare

Boss rinchiuso nel carcere di Padova, intratteneva rapporti su Facebook con la moglie e altre persone da identificare. Sequestrati computer, tablet e schede sim/usb nel carcere di Padova.

Sono due i tarantini coinvolti nell’inchiesta avviata dal sostituto procuratore della Dda di Lecce Guglielmo Cataldi con l’ipotesi di associazione maffiosa. Due nomi di primissimo piano. Si tratta del boss 58enne Cataldo Catapano, già condannato definitivamente per i maxi processi «Orrilo» e «Due Mari», personaggio di primissimo piano della criminalità tarantina, e di sua moglie Lucia Labriola, 55 anni.

Cataldo Catapano è rinchiuso nel carcere di Padova, una casa circondariale moderna, all’interno della quale è consentito l’utilizzo del personal computer purché non connesso a internet. Ma l’indagine avviata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce ipotizza che Catapano, grazie all’utilizzo di internet key - le chiavette usb messe in commercio praticamente da tutti i gestori di telefonia mobile - e con una modifica al computer, attraverso profili falsi creati su Facebook, e addirittura gruppi chiusi sullo stesso social network, praticamente ogni giorno dialogasse con la moglie e con altre persone. Il sospetto ha portato tre giorni fa ad una raffica di perquisizioni eseguite dalla polizia sia nel carcere di Padova, dove sono state sequestrate le chiavette usb per accedere a internet, che nell’abitazione della moglie di Catapano. Alla Labriola gli agenti hanno sequestrato computer, tablet e cellulare, strumenti di comunicazione ora al vaglio degli specialisti della Polizia Postale.

Le persone finite sul registro degli indagati sono dieci. Nell’elenco, oltre ai due tarantini, ci sono anche il boss leccese Cristian Pepe, 39 anni, ritenuto uno dei capi della salentina, recluso nel carcere di Padova per scontare la condanna definitiva all’ergastolo per omicidio; Ivan Firenze, 42 anni, di Castromediano di Lecce, condannato a gennaio scorso a 22 anni di reclusione in primo grado nel processo dell’operazione “Augusta” ed indicato da anni come l’erede del boss di Cavallino Giuseppe Lezzi; Luigi Buscicchio, 56 anni, di Lecce; Marco Firenze, 47 anni, di Lecce; Marco Pepe, 28 anni, di Surbo; Antonio Perrone, 30 anni, di Lecce; Giulia Striano, 19 anni, di Surbo; Emanuele Cataneo, 45 anni, originario di Noto (in provincia di Siracusa); Carmelo Salemi, 44 anni, originario di Catania.

Tutti, con ruoli e piani probabilmente diversi, avrebbero creato gruppi chiusi su Facebook per mantenere i contatti e dare disposizioni dal carcere a chi invece può continuare a curare gli interessi del clan. L’inchiesta è soltanto alle battute iniziali e indispensabile, per un possibile salto di qualità, si rivelerà il lavoro avviato sui personal computer sequestrati per scoprire chi faceva parte dei gruppi su Facebook e quale era il contenuto delle conversazioni via chat che gli indagati facevano, credendo di non essere scoperti.