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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/07/2013  -  stampato il 09/12/2016


Riina smentisce la Polizia Penitenziaria: tramite i suoi legali nega le dichiarazioni verbalizzate dagli agenti

Prima i messaggi, adesso la smentita. Mentre un padrino corleonese — Bernardo Provenzano — va spegnendosi al punto di indurre magistrati a revocare i vincoli del «carcere duro», l'altro — Totò Riina — continua ad essere protagonista. E a interloquire coi giudici del processo sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e Cosa nostra, nel quale è rimasto il principale imputato di sponda mafiosa.

Un mese fa, in quel dibattimento, i pubblici ministeri hanno depositato i verbali di due agenti della Polizia Penitenziaria. Raccontavano che alla fine di maggio, colto da un'inconsueta «vena chiacchiericcia», Riina si lasciò andare con loro a confidenze del tipo: «Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me», forse riferendosi alla presunta trattativa; oppure: «A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri». Frasi che, insieme ad altre sulle vicende giudiziarie che ancora lo accompagnano, hanno fatto pensare a un segnale lanciato dal boss all'esterno della prigione. «Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura», avrebbe anche sussurrato alle guardie.

Dopo che i giornali hanno scritto di queste affermazioni, il capomafia — presente in videoconferenza all'udienza successiva — non ha fatto alcuna dichiarazione. Né per confermare, né per smentire. Adesso invece i suoi avvocati Luca Cianferoni e Giovanni Anania hanno presentato ai giudici una memoria di tre pagine per negare quanto riferito dagli agenti penitenziari. Con l'obiettivo, scrivono, di «rendere la più netta e semplice smentita, sul piano proprio della genesi del fatto, quanto ai contenuti come attributi al signor Salvatore Riina, perché abbia auspicabilmente a cessare l'opera di confusione e attribuzione al medesimo di frasi e condotte non vere».

Riina contro le guardie che ne hanno riferito le confidenze, insomma. Per denunciare «la chiara strumentalità» di quanto hanno dichiarato «rispetto alla tesi sostenuta dall'accusa nel processo». Secondo i suoi avvocati si tratta di una manovra «intesa a provocare una reazione, un "dialogo perché ci sia", che invece viene chiuso prima di avviare». Agli uomini della penitenziaria il boss aveva anche detto che con i magistrati non avrebbe mai parlato, ma ora i difensori chiedono alla corte d'Assise di non cadere in «facili e semplicistiche indicazioni allusive e strumentali a tesi che il signor Riina non ha mai ascoltato né perseguito, permettendosi detto imputato questo solo di chiedere: di essere lasciato in pace».

I due legali sottolineano che le ultime rivelazioni fanno il paio con la falsa notizia diffusa dopo l'arresto di Provenzano, quando il figlio di Riina si sarebbe lamentato per l'arrivo dello «sbirro» che aveva tradito suo padre. «La storia si ripete - scrivono Cianferoni e Anania -. Il signor Riina non ha mai espresso i contenuti riportati nei verbali» degli agenti. E ribadiscono quel che il loro assistito disse ai magistrati di Caltanissetta, quando si dipinse poco meno che una vittima: Massimo Ciancimino è «un soggetto che per mero interesse lucrativo sta manovrando dichiarazioni prive del benché minimo fondamento», e l'ipotesi che ci sia Provenzano dietro il suo arresto è «una fola, una fanfaluca, un'idea strumentale a sostenere una tesi, non altro».

I giudici del processo che riprenderà a settembre si trovano così davanti a due versioni contrapposte: gli agenti penitenziari da una parte e Riina dall'altra, che però quando poteva parlare per smentirli pubblicamente ha taciuto. Arricchendo di un nuovo capitolo il mistero sul proprio conto, sui messaggi e contro-messaggi fatti filtrare dal carcere, sui giochi ancora aperti attorno ai segreti che custodisce.

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