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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 16/08/2013  -  stampato il 03/12/2016


No all'amnistia: per il Sappe servono riforme strutturali

"Alcuni politici in visita nei penitenziari italiani per il Ferragosto, tra i quali il ministro degli Esteri Emma Bonino, il leader radicale Marco Pannella (era a Teramo, ndr) ed il Vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (Pd), avrebbero detto che l'amnistia sarebbe la via maestra per risolvere i problemi penitenziari.

Premesso che amnistia e indulto sono ovviamente provvedimenti che appartengono al Parlamento nella sua coralità, quel che è certo è che l'emergenza carceri è sotto gli occhi di tutti e servono necessariamente adeguate strategie di intervento. Non crediamo però che l'amnistia, da sola, possa essere il provvedimento in grado di porre soluzione alle criticità del settore". Lo dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione di categoria.

"Quel che serve - afferma Capece - sono vere riforme strutturali sull'esecuzione della pena: riforme che non vennero fatte con l'indulto del 2006, che si rilevò un provvedimento tampone inefficace del quale però beneficiarono quasi 36mila soggetti, 29mila dei quali uscirono dalle carceri. Il sovraffollamento degli istituti di pena è una realtà che umilia l'Italia rispetto al resto dell'Europa e costringe i poliziotti penitenziari a gravose condizioni di lavoro".

Capece sottolinea come sia giunto il tempo "che la classe politica rifletta seriamente sulle parole spesso dette dal Capo dello Stato sulle criticità penitenziarie e si intervenga quindi con urgenza per deflazionare il sistema carcere del Paese, che altrimenti rischia ogni giorno di più di implodere. "Il personale di Polizia Penitenziaria è stato ed è spesso lasciato da solo a gestire all'interno delle nostre carceri moltissime situazioni di disagio sociale e di tensioni, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno", rileva il segretario del Sappe.

"Ci vogliono riforme strutturali, che depenalizzino i reati minori e potenzino maggiormente il ricorso all'area penale esterna, limitando la restrizione in carcere solo nei casi indispensabili e necessari. Sul progetto dei circuiti penitenziari studiato dall'Amministrazione penitenziaria non ci sembra la soluzione idonea perché - osserva Capece - al superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e ad una maggiore apertura per i detenuti deve associarsi la necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il Personale di Polizia Penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico.

Oggi tutto questo non c'è ed il rischio è che un solo poliziotto farà domani ciò che oggi lo fanno quattro o più agenti, a tutto discapito della sicurezza. Il progetto elaborato dal Capo Dap Tamburino e dal Vice Capo Pagano in realtà non prevede affatto lavoro per i detenuti e mantiene il reato penale della colpa del custode". Per il Sappe "è quindi un progetto poggiato su basi di partenza sbagliate e non è certo abdicando al ruolo proprio di sicurezza dello Stato che si rendono le carceri più vivibili".

AGI