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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/08/2013  -  stampato il 05/12/2016


Carcere di Marassi: boss della 'ndrangheta del clan dei Sarno estorce denaro ad altri detenuti

Non sono bastate le sbarre di una cella a spegnere la voracità della ’ndrangheta: nemmeno rinchiuso in prigione, il boss rinunciava a imporre la propria forza, a estorcere denaro e promesse, offrendo in cambio protezione dai pericoli della vita da reclusi. Il racket della mala calabrese nel penitenziario di Marassi è documentato, passo dopo passo, in una sentenza dei giudici della Spezia, Alessandro Ranaldi, Roberto Bufo e Stefano Vita.

Nel provvedimento, i magistrati infliggono una pena di 7 anni di reclusione a Carmine Buonaiuto, detto “Malaccietto” capo del cosiddetto “clan dei sarnesi” e uomo di fiducia della Malapianta. Buonaiuto era accusato, letteralmente, di avere minacciato di «ritorsioni gravi i familiari di Alfredo Gradisca (tra cui l’accusarli di reati non commessi) e di rendere pesante la carcerazione dello stesso Gradisca (facendo riferimento a vessazioni attuabili in suo danno anche da terze persone)», così da costringere il detenuto a fargli avere 20 mila euro oppure due auto di lusso, «una Bentley e una Porsche». Di più, secondo la corte di giustizia, l’esponente della ’ndrangheta avrebbe agito per conto e addirittura su ordine di Antonio Stagno, boss dei calabresi in Brianza e a lungo detenuto a Genova per associazione a delinquere di stampo mafioso.

L’intera vicenda prende le mosse da un gigantesco sequestro di cocaina nel porto della Spezia. È il 21 luglio 2011 e la guardia di finanza scova sui moli spezzini un container dentro il quale sono occultati 750 chilogrammi di droga, proveniente da Santo Domingo, per un valore di 7 milioni e mezzo di euro. Quel carico è diretto a a una ditta facente capo ad Alfredo Gradisca e destinato a un’altra azienda intestata a Giordano Cargiolli. I due sono insospettabili imprenditori del levante ligure che finiscono in manette un mese più tardi, ad opera degli agenti dell’Antidroga. Il blitz consente ai finanzieri di sequestrare auto, furgoni, una Porsche Panamera e una Mercedes: roba che in carcere fa rumore, attira l’attenzione, suscita l’ingordigia dei malavitosi più potenti. «A fine agosto 2011 - scrivono i giudici nella loro sentenza - ai soggetti che sono detenuti a Marassi e in particolare Carmine Buonaiuto e Antonio Stagno, è nota la grande disponibilità di denaro di Gradisca e Cargiolli e anche la scarsa dimestichezza dei due con i meccanismi di vita in carcere». Così prende corpo l’idea dell’estorsione.

La madre di Cargiolli, Georgeta Doxan, viene rapita e costretta a consegnare agli uomini delle ’ndrine 15 mila euro in contanti e le chiavi di un appartamento a Milano. Alfredo Gradisca, invece, si ritrova nel mirino di Buonaiuto, in carcere, nella stessa cella, obbligato a subire vessazioni e umiliazioni, minacce. Le indagini e le intercettazioni dell’Antimafia confermano che le intimidazioni si sarebbero verificate anche in sala colloqui, la stanza del penitenziario riservata agli incontri dei carcerati con i familiari. Non solo Gradisca si sospetta sia stato indotto a revocare il mandato di difesa al proprio legale di fiducia, per nominare (l’inconsapevole) avvocato di Buonaiuto.

E nelle carte del tribunale si ricorda pure uno «scontro fisico», una rissa «tra detenuti campani (Buonaiuto era a capo del clan dio Sarno confluito nella ’ndrangheta, ndr): uno di essi era Domenico Montella, paesano di Gradisca, a lui legato da ripetuti rapporti di socialità (e boss della camorra, ndr); il gruppo contrapposto era formato da detenuti - annotano i giudici - del gruppo di Carmine Buonaiuto». E non è solo l’imprenditore spezzino a finire nel mirino della Malapianta. Due giorni prima dell’inizio del processo, Alfredo Gradisca riceve una telefonata dalla propria abitazione. I suoi più stretti familiari gli raccontano di «larvate minacce poste in essere da soggetti campani che si erano spacciati per calabresi, dai sarnesi che Carmine Buonaiuto, continua a guidare nonostante sia rinchiuso dietro le sbarre di Marassi.

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