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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/09/2013  -  stampato il 09/12/2016


Giovanni Tamburino sempre pił ostinato: "la sorveglianza dinamica funziona"

La vigilanza dinamica funziona. E da questo nuovo modello di "regime aperto" per concepire la sicurezza nelle carceri, non si torna indietro. "Abbiamo aperto le celle fino a 8 ore in molte case di reclusione, almeno una in ogni regione.
Stiamo smuovendo un iceberg", dice il capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino.

Prevista da una circolare del Dap, che prevede una sorta di carcere a "regime apertO" che, per i detenuti a media e bassa pericolosità, potenzi gli spazi dedicati a lavoro, sport, attività ricreative e culturali, la vigilanza dinamica punta sull'aspetto riabilitativo della pena. "È nostra convinzione procedere in questa direzione - assicura Tamburino - coerentemente con la linea tracciata dal Guardasigilli, Annamaria Cancellieri.

Lo faremo sempre con la prudenza e l'attenzione necessaria ma anche con grande determinazione. Questo è il modo giusto per far avanzare l'Amministrazione penitenziaria, che deve gestire situazioni delicate come quella del sovraffollamento".

"Il ministero della Giustizia e il Dipartimento è operativo al massimo - prosegue il capo del Dap - perché ci sia una risposta pronta e completa alle richieste dell'Europa. Siamo convinti che per la fine di maggio riusciremo a farcela".

Nella Circolare del 18 luglio scorso firmata da Tamburino ("Linee guida sulla sorveglianza dinamica"), si sottolinea che si è immaginato "un sistema più efficace per assicurare l'ordine all'interno degli istituti, senza ostacolare le attività trattamentali".

Il modello di sorveglianza dinamica, rimarca la Circolare, "fonda i suoi presupposti su di un sistema che fa della conoscenza del detenuto il fulcro su cui deve poggiare qualsiasi tipo di intervento trattamentale o securitario adeguato".

Il "primo passaggio" nella realizzazione delle condizioni che consentono la sorveglianza dinamica "consiste nella differenziazione degli istituti, per graduare in relazione alla tipologia giuridica e, prima ancora, al livello di concreta pericolosità dei soggetti".

Le conoscenze sui detenuti, però, "risulterebbero fortemente limitate ove il perimetro della loro vita rimanesse confinato nei pochi metri quadri della cella o del corridoio così come avviene in troppi istituti". "Occorre, quindi, realizzare una diversa gestione e utilizzazione degli spazi all'interno degli istituti -è scritto ancora nella Circolare del Dap - distinguendo tra la cella -destinata, di regola, al solo pernottamento - e luoghi dove vanno concentrate le principali attività trattamentali (scuola, formazione, lavoro, tempo libero) e i servizi (cortili passeggio, alimentazione, colloqui con gli operatori), così creando le condizioni perché il detenuto sia impegnato a trascorrere fuori dalla cella la maggior parte della giornata".

"Correlativo a questa diversa collocazione - si legge ancora nella Circolare - è l'intervento degli operatori appartenenti ad altre professionalità, o anche dei volontari, all'interno dei suddetti spazi. I vantaggi di un regime penitenziario così configurato -conclude il documento inviato ai Provveditori regionali- se appaiono di immediata evidenza per la popolazione detenuta, non sono da meno per la prevenzione degli eventi critici e per il miglioramento dei compiti affidati alla Polizia Penitenziaria".

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