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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/10/2013  -  stampato il 10/12/2016


Piatti vegetariani per il culto buddista in carcere: Cassazione "bacchetta" Magistrato di sorveglianza

Magistrato di Sorveglianza dovrà valutare di nuovo il diritto di un detenuto ad avere pasti vegeteriani per il suo culto religioso buddista.

La libertà di culto religioso è uno dei diritti garantiti dalla Costituzione: per questo, a un detenuto che protesta per il mancato accesso in carcere di un maestro buddista zen e la mancata previsione di vitto vegetariano, lo Stato deve rispondere in maniera adeguata, valutando le sue istanze come «denuncia di violazione di un diritto». Lo sottolinea la prima sezione penale della Cassazione, annullando senza rinvio, con la trasmissione degli atti a un altro giudice di sorveglianza, il provvedimento emesso dal magistrato di sorveglianza di Novara che aveva risposto con una semplice procedura informale al reclamo di un detenuto sottoposto al regime di 41 bis, il quale lamentava «lesione di diritti».

Il magistrato di sorveglianza, si legge in una sentenza della Suprema Corte depositata oggi, «ha chiaramente ritenuto di escludere, sia pure implicitamente, che i comportamenti denunciati si configurassero come una lesione di diritti costituzionalmente garantiti del detenuto». Secondo la Cassazione, però, quella del magistrato di sorveglianza non è una «valida risposta»: il detenuto, ricordano i giudici di piazza Cavour, «individuava determinati comportamenti dell’Amministrazione penitenziaria come una violazione al proprio diritto di libertà di culto religioso rispetto al quale la dieta vegetariana deve ritenersi un corollario di pratica rituale», mentre il magistrato di sorveglianza si era «limitato a comunicare al ricorrente, all’esito di procedura informale, una relazione dell’amministrazione penitenziaria in merito alla non inclusione di maestri buddisti Zen nel novero dei ministri di culto abilitati all’ingresso nelle strutture penitenziarie ed un provvedimento in materia di vitto assunto su reclamo di altro detenuto». Il magistrato di sorveglianza, dunque, dovrà riesaminare le istanze del detenuto, approfondendo nei dettagli le tematiche sollevate da esso, per chiarire se si sia di fronte o meno a una lesione dei diritti.

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