www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 31/10/2013  -  stampato il 04/12/2016


Un film sul maresciallo Di Cataldo girato dal nipote di 19 anni (Guarda il video)

Una classe di scuola, ultimi minuti di lezione, oggi. Due compagni aspettano la campana vagando su Google. Uno dei due digita quasi per gioco il nome dell’altro: «Francesco Di Cataldo». Forse si aspetta una pagina di Facebook, magari un video postato dall’amico su Youtube. Sarebbe normale. E invece la schermata si apre con una voce Wikipedia: Francesco Di Cataldo, maresciallo in servizio a San Vittore, ucciso a 51 anni dalle Brigate Rosse il 20 aprile 1978. Il ragazzo guarda il compagno, che lo prende in contropiede a sua volta: «Lo so. Era mio nonno». Comincia così il cortometraggio con il quale proprio lui - un Di Cataldo oggi 19enne, nipote del Di Cataldo assassinato allora - riesce a riassumere in otto minuti tanto asciutti quanto potenti la «sua» storia. Sino a farne, semplicemente raccontandola, lo spaccato indiretto della cosiddetta giovane «generazione che non sa». E che poi sintetizza, una volta di più, il problema anche adulto di sempre: la velocità con cioè dimentichiamo la storia vissuta, figurarsi quella non.

Il suo piccolo film, in realtà, era nato l’estate scorsa come tesina finale della scuola di cinema da lui frequentata. «E in effetti - spiega ora - non è che la storia di mio nonno non mi fosse mai stata raccontata in famiglia. Il fatto è che per me, così come per i compagni miei coetanei con cui mi sono confrontato, l’espressione “Brigate Rosse” era comunque una formula praticamente sconosciuta. Allora ho deciso di mettermi al lavoro per documentarmi».


La vicenda che ricostruisce tra archivi, vecchi giornali e cronache d’epoca è la parte tecnicamente più «facile» perché riguarda solo il fatto in sé e quella mattina di sedici anni prima che lui nascesse: quando intorno alle 7 in via Ponte Nuovo, zona Crescenzago, il maresciallo Francesco Di Cataldo, viene freddato da un commando della colonna Walter Alasia. È il vicecomandante degli agenti di custodia di San Vittore, diretto allora da Amedeo Savoia. I giornali riportano della sua figura una serie di dettagli che la dicono già lunga da sé: responsabile del centro clinico del carcere e «uomo del dialogo» ante litteram, al punto che i detenuti mandano corone di fiori ai suoi funerali, impegnato con parecchi anni di anticipo - ricorda oggi l’attuale direttore del Dipartimento amministrazioine penitenziaria, Luigi Pagano - sul quel fronte volto al «recupero dei detenuti» che avrebbe poi portato alla legge Gozzini. Ma il giovane Di Cataldo trova anche il volantino con cui le Br, rivendicandone l’esecuzione, lo bollavano come «aguzzino». E così non si accontenta.
Rintraccia alcuni colleghi del nonno e, nel film, li fa parlare. Ecco Carmine Perillo, allora addetto all’ufficio matricola: «Hanno colpito tuo nonno perché era amato e perché era un simbolo». Ecco l’ex agente di custodia Sabino Ingravallo: «Era uno di quelli a cui i detenuti sapevano di potersi rivolgere in caso di problemi». La domanda del giovane Di Cataldo però è sempre quella: allora perché? «Devo dire che nonostante il mio impegno - riconosce - ho fatto e continuo a fare molta fatica a capire». La logica per cui gli uomini del dialogo erano (sono) sempre i bersagli più frequenti: come si fa a spiegarla a chi non l’ha vissuta?
E del resto la domanda del ragazzo, perché?, è esattamente la stessa che suo padre Alberto - il figlio del maresciallo ucciso - rivolse inutilmente alla fine del processo d’appello ai tredici brigatisti condannati all’ergastolo per quel delitto. In quel 1978 lo studente era lui: Democrazia proletaria, altra sponda rispetto al padre con cui però «ci confrontavamo su tutto - disse in una intervista - ed era un uomo buono, nonostante la differenza ideologica tra le nostre generazioni». Al funerale rifiutò le condoglianze del ministro della Giustizia, Francesco Bonifacio. Anni complicati.


Oggi Francesco studia musica elettronica al Conservatorio e guarda avanti, con la memoria del nonno dentro. «Per questo mi chiamo Francesco», è il titolo del suo film: citazione consapevole del libro scritto da Luigi Garlando - Per questo mi chiamo Giovanni - in memoria di Falcone. «Vedo tanti ragazzi - conclude - che oggi si lamentano di quel che abbiamo. Forse perché non sanno quanto è costato ottenerlo. Se vogliamo credere che stia a noi preparare il futuro allora per prima cosa non dobbiamo dimenticare il passato».

corriere.it