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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/11/2013  -  stampato il 10/12/2016


Adesso la Guardasigilli rischia di essere indagata

C’è una telefonata, l’ultima venuta alla luce, che potrebbe cambiare tutto. Sono quei minuti che la Guardasigilli Annamaria Cancellieri ha passato al telefono con l’amico Antonino Ligresti il 21 agosto scorso. Perché è quella chiamata che adesso sembra destinata a diventare il motivo di una sua iscrizione nel registro degli indagati.
I magistrati torinesi decideranno forse già domani. Reato possibile: false informazioni al pubblico ministero. Una strada quasi obbligata per la procura dopo l’informativa arrivata dalla Guardia di Finanza il 6 novembre sui contatti telefonici fra le famiglie Ligresti-Cancellieri.

L’elenco dei tabulati rivela una chiamata, il 21 agosto, fra la ministra della Giustizia e il fratello di Salvatore Ligresti, Antonino, della quale Annamaria Cancellieri non fece parola quando fu sentita dal pm Vittorio Nessi il 22 agosto. O meglio: spiegò a verbale che il 19 agosto aveva parlato con l’amico Antonino delle condizioni di salute della nipote Giulia Maria Ligresti (in carcere dal 17 luglio) e che si era poi attivata con i vice-capi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria perché «facessero quanto di loro stretta competenza per tutelare la salute dei carcerati». Disse però di aver ricevuto la chiamata, non di averla fatta come risulta negli atti della procura.

Nello stesso verbale parlò anche dell’ormai famosa telefonata con la compagna di Salvatore Ligresti, l’amica di vecchia data Gabriella Fragni (alla quale disse «qualsiasi cosa io possa fare conta pure su di me»). Ma c’è dell’altro. Al magistrato volato a Roma per raccogliere la sua deposizione Annamaria Cancellieri spiegò di non aver più sentito né la Fragni «né altri in relazione al caso Ligresti», salvo aggiungere che «ieri sera Antonino mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità e gli ho risposto che avevo effettuato le segnalazioni». Non va più a fondo sulla risposta data all’amico né, a dire il vero, le viene chiesto di specificare se si sia trattato di un sms o una telefonata (ma dai tabulati portati in procura il 6 novembre emerge che fu lei a chiamare e che la conversazione durò diversi minuti).

Ora: in procura è stato possibile mettere assieme il puzzle delle chiamate e delle risposte date dalla ministra soltanto dopo il deposito della nuova informativa, il 6 novembre. Ed è a quel punto, soprattutto davanti alla terza telefonata, che ha cominciato a prendere forma l’ipotesi dell’iscrizione della Cancellieri nel registro degli indagati per false dichiarazioni (dopo aver valutato che non ci sarebbero elementi sufficienti per una ipotetica contestazione del reato di abuso d’ufficio). Una riunione per decidere se imboccare davvero questa strada è prevista per domani fra il procuratore Giancarlo Caselli, l’aggiunto Vittorio Nessi e l’altro magistrato che si occupa dell’inchiesta, Marco Gianoglio.

Il primo nodo da sciogliere sarà la competenza territoriale di un eventuale fascicolo a carico della ministra. Le false dichiarazioni al pubblico ministero, sempre se si arrivasse a contestarle, sono state fatte fisicamente a Roma. Quindi gli atti sarebbero trasferiti alla procura romana alla quale spetterebbe poi decidere se la ministra della Giustizia avrebbe commesso il reato abusando delle sue funzioni oppure no: dettaglio anche questo non secondario perché deciderebbe il passaggio o meno del fascicolo al tribunale dei ministri.

Il seguito giudiziario del caso Cancellieri è per forza di cose ancora tutto al condizionale anche perché la possibilità di indagarla apre scenari giuridici complicati e, per dirla con uno degli inquirenti, «sarebbe inutile avventurarsi su strade impervie, le ipotesi vanno coltivate soltanto se sono serie». Certo è che in procura - dove finora è stato sempre sottolineata la «mancanza di rilevanza penale» nel comportamento della Cancellieri - è palese adesso la sorpresa per quella terza chiamata che lei non citò in Parlamento, perché come disse al Corriere , «non me ne ricordavo».

corriere.it Giusi Fasano