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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/12/2013  -  stampato il 10/12/2016


Braccialetto elettronico ancora inutilizzato: i giudici non si fidano

Bracialetto elettronico per gli arresti domiciiari ancora inutilizzato, dubbi sul funzionamento nonostante gli ammodernamenti tecnologici.

Il primo dopo più di uno stop, dopo mesi di attesa e dopo un significativo esborso di soldi con approfondimento da parte della Corte dei Conti, finalmente c'è.

Ma l'evento rimane così raro e la statistica così periodicamente in secca da conservare giocoforza delle anomalie: e infatti, oggi, il nuovo "detenuto" milanese che sta scontando la pena ai domiciliari con il sistema del braccialetto elettronico dipende dal Tribunale di Roma, che quel detenuto lo ha in carico pur abitando nell'hinterland. Del resto il Tribunale di Milano non ha sciolto le riserve sull'adozione del controllo a distanza per i carcerati messi ai domiciliari. Anche se, raccontano dalla Monitoring, ditta milanese leader nella fabbricazione dei braccialetti, l'interesse è crescente.
La legge prevede che sia il giudice a decidere per il braccialetto elettronico. Una soluzione che, a fronte per l'appunto di un'attesa infinita vede il grosso della "macchina" pronta. Nelle centrali operative di polizia, carabinieri e Finanza - interfaccia coi Tribunali - ci sono postazioni e computer con mappe per gli operatori incaricati della gestione del braccialetto, "strumento" che oltre a scatenare un dibattito articolato (questione di sicurezza, di etica, di argine al sovraffollamento carcerario) vanta mere ragioni economiche. Per esempio, se la gestione quotidiana di un detenuto con braccialetto costa 12 euro, ogni giorno il mantenimento d'un singolo carcerato presuppone una spesa sopra i duecento euro. Quanto al sistema, è il seguente: il braccialetto viene posizionato alla caviglia, è impermeabile e leggero. In caso di taglio, di forzatura oppure se ci si allontana dall'abitazione (dove è installata una centralina) scatta l'allarme che arriva direttamente sui pc delle forze dell'ordine.

A questo punto, la procedura prevede un contatto telefonico con il "detenuto" e il contemporaneo invio di una pattuglia. La stessa Roma. Poi Torino. E, più nelle vicinanze, Varese. A fatica, molto a fatica, ma la geografia cresce. Questo caso (finora) isolato del "detenuto" dell'hinterland aggiunge un ulteriore tassello: anche Milano, come detto, ha il suo braccialetto elettronico "in azione". Tentativi ce n'erano stati in passato, beninteso. Sei anni fa, non ieri, un giudice aveva avviato l'iter per un trafficante di droga condannato (in primo grado e in appello) a dieci anni di cella. Niente da fare, il sistema tecnologico era risultato inutilizzabile. Intoppi che paiono superati. Basti pensare che la Monitoring ha di recente aggiornato il software dei computer in uso alle forze dell'ordine. Il che (ri)porta a formulare la domanda su cosa si aspetti per incrementare il ricorso ai braccialetti. Sempre, ma questo è ovvio, che rappresentino una valida opzione.

I sostenitori insistono nel rimarcare come l'impossibilità del "detenuto" di uscire di casa lo possa tenere lontano da cattive compagnie e traffici sporchi. Il braccialetto eserciterebbe una persuasione fisica che magari, parallelamente, riuscirebbe a puntellare la volontà di rifarsi una vita nuova, distante dai fantasmi del passato. Una visione forse troppo idealista. A maggior ragione se rapportata allo scontro, violento, sui cento milioni di euro - la fonte è la polizia - investiti in dieci anni sul controllo a distanza dei "detenuti". Con quali risultati? "Quattordici carcerati". Poco cambia. Per il governo il braccialetto è una sfida che sarà vinta: il ministero dell'Interno ha prorogato la convenzione stipulata con Telecom, a livello nazionale fornitrice del servizio.

Corriere della Sera