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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 11/01/2014  -  stampato il 04/12/2016


Condannata l'ex Comandante del carcere di Venezia per suicidio detenuto

Rinviati a giudizio altri tre agenti penitenziari. Il detenuto aveva tentato il suicidio e venne chiuso in isolamento. Tutti i detenuti temevano la cella 408. Magari non ne conoscevano il numero, ma l'esistenza di quella stanza degli orrori era qualcosa di più di una banale leggenda.

Un buco senza luce, riscaldamento, in cui i carcerati di Santa Maria Maggiore venivano chiusi con una maglietta a maniche corte anche in pieno inverno. Una cella "illegittima e degradante", come l'hanno definita il pubblico ministero Massimo Michelozzi e l'avvocato di parte civile Marco Zanchi. Una cella in cui, il 5 marzo del 2009, si tolse la vita il 28enne marocchino Cherib Debibyaui, impiccandosi con una coperta.

Prima e dopo di lui altri erano entrati tra quelle pareti umide e gelide, tutti detenuti con comportamenti "devianti, conflittuali o autolesionistici". Il giudice veneziano Andrea Comez, ieri, ha emesso la prima sentenza di un processo che aveva chiamato in causa sei poliziotti penitenziari e ha condannato, con rito abbreviato, quindi, l'ex comandante di reparto di Polizia Penitenziaria Daniela Caputo. Per lei, il giudice ha stabilito una pena a sei mesi di reclusione per omicidio colposo e a altri 5mesi e 10 giorni per abusi.

Prosciolti dalle accuse, invece, l'ispettore Pietro Di Leo e l'assistente capo Vincenzo Amoroso, in quanto non sarebbero stati a conoscenza della gravità della situazione. In particolare Di Leo, essendo un semplice addetto alle matricole, si occupava solo della disposizione della distribuzione delle celle senza però sapere a monte chi sarebbe stato rinchiuso dove. Rinviati a giudizio, invece, gli ispettori S. D. e L. N. e il vice sovrintendente F. S.

Per loro il processo si aprirà il 10 aprile. "Questa sentenza è un risultato storico - commenta Zanchi - si è riconosciuta l'esistenza di una cella illegittima, in cui le condizioni erano davvero disumane. Se passasse il reato di tortura, sicuramente questo sarebbe un caso in cui potrebbe essere considerato uno dei capi di imputazione".

La cella 408 era nata un po' per caso. Devastata da un detenuto irrequieto, non era mai stata ristrutturata. Il personale si era limitato a rimuovere tutto ciò che era finito in pezzi. Ne era uscito uno spazio minimo, buio, freddo, con le finestre murate. Cherib era stato trasferito lì dopo aver tentato il suicidio in una cella comune, sventato solo dall'intervento degli altri due detenuti.

Era rimasto nella 408 per 62 ore, in isolamento, al freddo e senza acqua, prima di riuscire ad appendere una striscia di tessuto strappata da quella coperta a un chiavistello e a farla finita. Lui, che era considerato un detenuto a rischio, e doveva essere sottoposto a sorveglianza a vista.

Corriere Veneto