www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 28/01/2014  -  stampato il 06/12/2016


"Squadracce" della Penitenziaria a Poggioreale: il Garante detenuti della Campania denuncia violenze in Procura

Squadracce di agenti penitenziari che massacrano i detenuti in una camera chiamata "cella zero". Violenze gratuite, trattamenti disumani, abusi continui e pareti macchiate dal sangue dei carcerati picchiati. Benvenuti nell'inferno del carcere di Poggioreale, Napoli. Un luogo dell'orrore che somiglia ad Abu Ghraib, almeno a leggere la terribile denuncia che il garante della Regione Campania per i diritti dei detenuti ha mandato alla procura partenopea. E che "L'Espresso" ha letto in esclusiva, intervistando - a pochi giorni dalla denuncia del presidente della Cassazione sulle condizioni inumane dei carcerati italiani - anche uno dei detenuti picchiati.

È il garante Adriana Tocco ad aver raccolto una serie di storie agghiaccianti che ha inviato tramite esposto al procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo. «Le comunico – si legge nel documento - le gravi notizie di reato che mi sono pervenute e ho apprese durante alcuni colloqui intercorsi con i detenuti del carcere di Poggioreale». La Garante riferisce che «moltissimi detenuti lamentano abusi consistiti in violentissime percosse, spesso cagionanti lesioni gravi, che si consumano di notte ad opera di alcuni agenti penitenziari riuniti in “piccole squadre”. Alcuni mi hanno riferito i nomi degli agenti coinvolti. La maggior parte dei reclusi ha paura di denunciare le violenze subite per timore di ritorsioni». I racconti sarebbero tutti coerenti, «ed evidenziano alcuni elementi comuni: i detenuti raccontano di essere stati prelevati dalle loro celle senza criterio, il fine univoco degli agenti chiaramente tra loro programmato, è dare sfogo alla loro violenza gratuita e costringerli a subire trattamenti disumani».

I dettagli sono drammatici: «La cella in cui si consumano tali atrocità è stata denominata “cella zero”: molti raccontano che le pareti sono spesso macchiate dal sangue dei detenuti percossi, che dopo gli abusi questi vengano abbandonati per ore e poi riaccompagnati al reparto di appartenenza. Molti compagni di cella confermano lo stato di agitazione, mortificazione e soggezione degli sfortunati deportati», che rientrano gonfiati di botte. Nell’esposto Tocco si dice convinta che «subire abusi così atroci costituisca una possibile causa concorrente ad altri fattori determinanti l’aumento del rischio di suicidi, rilevato il precario stato psicologico di tanti detenuti che ascolto». E chiede la punizione dei responsabili.

Uno dei carcerati picchiati si chiama Luigi (è un nome di fantasia). E' stato condannato a due anni e dieci mesi, nel marzo 2011, per ricettazione di buoni pasto per un valore di trentamila euro. Durante la permanenza nel carcere di Poggioreale è stato vittima di atti di violenza da parte di tre guardie penitenziarie: trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena, ha spiegato di esser stato costretto a denudarsi completamente per poi essere percosso con pugni e calci. L’ex detenuto è uscito dall'istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.

Luigi, 42 anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato con figli adolescenti, dopo un primo periodo detentivo, in appello ottiene gli arresti domiciliari con successiva autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione che deve ancora scontare gli capita un incidente: cade dal letto a castello, un terzo piano a quattro metri dal pavimento, e si frattura una caviglia. Poi, in una notte di luglio arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari.

Scontata la pena e tornato libero, Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre. Lo ha fatto per se stesso e, sottolinea, soprattutto nell’interesse dei suoi compagni di reclusione ancora in cella. E attende di essere convocato dal magistrato per fare nomi e cognomi.

Una vicenda, questa napoletana, che richiama alla mente le dichiarazioni sull’indulto del primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce nella relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “In attesa di "riforme di sistema" non c’è altra via che l’indulto per ridurre subito il numero dei detenuti”, scarcerando chi “non merita di stare in carcere ed essere trattato in modo inumano e degradante”.

espresso.repubblica.it/