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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/01/2014  -  stampato il 06/12/2016


Suicidio detenuto al San Sebastiano di Sassari: chiamato in causa anche l'operato degli agenti in servizio

Se quello di Marco Erittu è stato un suicidio, ci sono almeno tre o quattro cose ancora da chiarire, e coinvolgono l’organizzazione complessiva del sistema carcerario a San Sebastiano in quel periodo. Se, invece, il detenuto sassarese è stato ucciso, è evidente che chi ha messo in atto l’esecuzione ha potuto avere accesso nella cella di un recluso che doveva essere sorvegliato a vista. E quindi ha trovato la porta aperta. Il processo - a prescindere da quella che sarà la soluzione finale - sulla base anche degli esiti delle perizie, dovrà fornire delle risposte certe.

Solo in cella. Marco Erittu era solo in cella il 18 novembre del 2007. Aveva già fatto dei gesti dimostrativi, si era tagliato con una lametta. Voleva attirare l’attenzione e proprio per certi comportamenti di autolesionismo doveva essere sorvegliato a vista. Nel caso avesse deciso di fingere di impiccarsi, perchè avrebbe dovuto farlo nel momento in cui nessuno poteva vederlo? Se ha tagliato la striscia di coperta e l’ha sistemata con un doppio passaggio (non risulta il nodo), qualcuno poteva fermarlo?

Il pentito. Giuseppe Bigella, finora, ha raccontato quella che resta la verità di un condannato per omicidio che si autoaccusa anche di un altro. A quella versione mancano alcuni riscontri oggettivi che avrebbero aiutato, per esempio, il medico legale che ha firmato l’ultima perizia a una valutazione più completa. Il collaboratore di giustizia parla come se avesse agito da piccolo boss, addirittura dice di essere uscito dalla cella dopo l’uccisione di Erittu e di avere lasciato l’incarico a un altro detenuto di ultimare la messa in scena con la finta impiccagione.

La busta di plastica. Il sacchetto, di quelli consegnati nei supermercati per la spesa, non è mai stato trovato. Bigella dice che è stato utilizzato per soffocare il detenuto e che poi se l’è portato via, quindi l’ha gettato nella spazzatura. Così nessuno dei medici legali (tre) l’ha mai visto. Di fatto non esiste e l’unico strumento disponibile per la perizia sulla morte di Erittu è una striscia di coperta.

La coperta. E’ una coperta le cui misure non tornano mai. Per tagliare una striscia basta sfilacciare l’estremità e poi tirare con le mani. Chiunque può farlo. Ma quel lembo di stoffa scompare - finisce in una cassaforte dell’istituto - e poi ricompare. E’ la stessa o una vale l’altra? Almeno in quella fase, perchè la morte di Erittu è classificata come suicidio. Solo che poi nasce il giallo e cambia tutto. Per fare quadrare le misure serve una nuova perizia.

Le incertezze. La posizione del cadavere è fondamentale. Se uno decide di togliersi la vita volontariamente o se viene ucciso. Marco Erittu era sul letto, disteso, con il braccio penzoloni. Lo vedono così i primi soccorritori. Lo collocano in quella posizione alcuni agenti della Polizia Penitenziaria intercettati dai carabinieri durante le indagini. Come può uno che si suicida finire poi sulla branda? E’ stato trasferito di peso? E la striscia di coperta che sparisce e ricompare, che senso ha in tutta la storia?

Le indagini. Il corpo di Erittu viene esaminato dai carabinieri del Servizio investigazioni scientifiche il giorno dopo, quando l’ipotesi del suicidio è incrinata da alcune cose che non tornano e c’è bisogno di fare chiarezza. Anche il vomito sulla bocca del detenuto non viene repertato e analizzato. Le foto non bastano. Così nelle perizie quel dato non c’è. Il detenuto diceva di essere un testimone, di sapere cose importanti sulla scomparsa di Giuseppe Sechi (il muratore di Ossi mai tornato a casa, un lembo dell’orecchio era stato inviato ai familiari di Paoletto Ruiu, il farmacista di Orune sequestrato). Aveva parlato con alcuni investigatori senza mettere le dichiarazioni a verbale. E le sue lettere inviate alla Procura non sono mai arrivate a destinazione. Che cosa c’era scritto?

fonte La nuova sardegna