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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/01/2014  -  stampato il 11/12/2016


Giovanni Tamburino parla del 41-bis e interviene sulle dichiarazioni di TotÚ Riina

Giovanni Tamburino, una vita in magistratura (sua, per esempio, l'inchiesta sull'eversione nera della Rosa dei Venti), direttore dal 2012 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), risponde pacato alle domande sulle intercettazioni di Totò Riina a colloquio con un boss della Sacra corona unita da cui si ricavano pesanti minacce nei confronti del pm palermitano Nino Di Matteo ("Deve fare la fine del tonno", è la frase del boss). Riina è in isolamento speciale, in regime da "41-bis", come si dice in gergo citando l'articolo del Codice di procedura penale. Tamburino chiarisce che "a proposito del 41-bis non si può parlare di trattamenti contrari al senso di umanità" e che "è una misura ancora utile".

Forse addirittura da inasprire? Che due detenuti sottoposti al 41-bis come Riina e Lorusso possano parlare liberamente di attentati lascia perplessi...
"Intanto bisogna ricordare che il regime di 41-bis non prevede l'isolamento assoluto. La norma dice che i detenuti in 41-bis possono stare assieme, per poche ore al giorno, in gruppi non superiori a quattro persone. Nel caso citato è prevista una sola persona per due ore, ma non si può mai arrivare a zero. L'isolamento assoluto porrebbe problemi di compatibilità con la Convenzione europea di salvaguardia dei diritti umani. Se protratto per anni, comprometterebbe le condizioni minime di umanità del trattamento penitenziario. A lungo andare, questa situazione può determinare lesioni anche gravi sul piano psichico. Inoltre, la legge prevede che le persone che vengono messe a contatto siano sottoposte al medesimo regime. Per chi è in 41-bis ci sono sezioni speciali, preferibilmente collocate in carceri in zone insulari. È questo il bacino in cui si scelgono le persone di quello che in gergo si chiama gruppo di socialità".

Dalle intercettazioni risulta che i due conoscevano e-mail riservate tra magistrati. Come è stato possibile?
"Si tratta di una situazione da valutare per capire se erano notizie, commenti, tentativi di inviare segnali o altro ancora. In ogni caso ritengo che quello del 41-bis sia un sistema piuttosto robusto sul piano normativo. Sul piano pratico è chiaro che occorre sempre un elevato grado di attenzione e di impegno. Per questo il Dap prevede un certo turnover nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria, al quale è destinato questo compito molto delicato. Anche perché il contatto con soggetti che spesso hanno notevoli capacità non soltanto criminali, ma anche intellettuali, può far correre dei rischi di insufficiente attenzione".

È allarmato dalle parole di Riina?
"Riina è detenuto ininterrottamente dal 1993. Questo farebbe pensare a un affievolimento delle sue capacità operative, però sappiamo che le organizzazioni mafiose, specialmente Cosa nostra, mantengono nel tempo i rapporti e le gerarchie interne. Ritengo che non ci debba essere nessuna sottovalutazione del rischio, anzi occorre valutare il tutto con assoluta cautela, immaginando che vi possano essere ancora delle capacità. Sappiamo che ci sono altre organizzazioni in cui il vertice, "il capo", rimane tale a vita, anche se vi sono dei periodi lunghissimi in cui rimane, per così dire, in sonno".

Se un Riina può permettersi queste minacce, il 41-bis non è inadeguato?
"Non direi proprio. Innanzitutto perché, dopo il 1992, da quando inizia a funzionare, assistiamo a un calo molto forte degli episodi criminosi di mafia più estremi, delle violenze, degli omicidi. E anche le stragi e i tentativi stragisti del 1993 e 1994 sono finalizzati a ottenere la riduzione di questo regime. Chi, allora, meglio dei mafiosi stessi, è in grado di misurare e di valutare l'importanza dì questo strumento? La guerra che hanno condotto contro lo Stato gli esponenti delle maggiori organizzazioni mafiose è essa stessa una conferma dell'utilità e dell'efficacia di questo strumento. Questa è anche l'opinione generale dei magistrati. Un punto sul quale tra loro, cosa abbastanza rara, c'è praticamente l'unanimità".

C'è anche chi chiede l'abolizione del 41-bis per ragioni umanitarie...
"Ricordo che non stiamo parlando di un'applicazione generalizzata, ma utilizzata solo nei casi necessari. Parliamo di 706 persone su oltre seimila detenuti per reati di mafia. Inoltre, la prosecuzione di questo regime dipende soltanto da chi vi è sottoposto. Se l'interessato dimostra di rompere con la cosca di appartenenza il 41-bis cessa immediatamente. E rompere con la cosca significa evitare omicidi, salvare la vita a qualcuno. Rimane la pena da scontare per persone che spesso si sono macchiate di reati gravissimi. Ma il regime dipende esclusivamente dal comportamento dell'interessato".

Famiglia Cristiana