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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/02/2014  -  stampato il 07/12/2016


Arriva la Banca dati Nazionale del Dna.Ma ci sono voluti dieci anni

Ci siamo. È partita la campagna istituzionale per pubblicizzare e promuovere l’avvio della Banca dati nazionale del Dna, struttura considerata essenziale per la lotta al crimine. Una buona nuova, dunque? Sì, se non fosse che anche su questo terreno l’Italia arriva alla mèta — se ci arriva — con un decennio o quasi di ritardo non solo rispetto agli altri principali partner europei, ma anche rispetto a se stessa. E, allora, più che la storia di un successo, quella che vi raccontiamo è l’ennesima storia italiana di un groviglio inestricabile fatto di ordinaria burocrazia, lunghe attese, stop and go, regolamenti pronti e rinviati, rimpalli di responsabilità.

È del 2005, infatti, il Trattato di Prüm, con il quale i Paesi dell’Unione decidono di creare più efficaci ed evoluti strumenti di contrasto e di indagine sui fenomeni criminali: uno di questi è individuato proprio nelle banche dati che raccolgano e tipizzino il Dna di soggetti pericolosi — detenuti per delitti non colposi, persone arrestate in flagranza di reato e così via. Il nostro Paese aderisce, ma passano ben quattro anni prima che l’intesa diventi legge, la numero 85 del 30 giugno 2009: si prevede, in particolare, che il ministero dell’Interno abbia la gestione della banca dati e che quello della Giustizia, attraverso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dia vita al Laboratorio nazionale del Dna.

Attenzione alle date: è il giugno 2009, la legge è fatta, l’operazione può essere avviata. E invece no. La stessa legge, purtroppo, rinvia a regolamenti di attuazione, decreti, bandi e svariati altri provvedimenti. Così solo un anno e mezzo dopo, nell’ottobre 2010, arriva un decreto per l’istituzione dei «ruoli tecnici del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria»: servono 37 esperti per gestire il Laboratorio, ma i bandi per il reclutamento si rincorreranno e a tutt’oggi non si sa se le assunzioni sono state portate a termine. Non basta. Nell’autunno 2012 manca ancora il famigerato regolamento di attuazione, come avvisa l’allora sottosegretario alla Giustizia, Antonino Gullo: «È stata predisposta la bozza di regolamento attuativo di cui all’articolo 16 della legge n. 85 del 2009, condivisa da tutte le Autorità partecipanti, eccezione fatta da quella per la protezione dei dati personali».

Agli inizi del 2013, però, almeno il Laboratorio è pronto e collaudato: realizzato in un capannone nel carcere romano di Rebibbia, contiene apparecchiature sofisticate, frigoriferi ultramoderni, microscopi digitali: roba da fare invidia ai laboratori delle più evolute polizie scientifiche del mondo. Il tutto è costato circa 16 milioni di euro. Soldi sicuramente ben spesi. Peccato, tuttavia, che quel ben di Dio della scienza anti-crimine non possa essere ancora utilizzato in assenza di personale. Si fa di necessità virtù e almeno per l’accreditamento si ricorre a ricercatori di biologia dell’Università di Tor Vergata. Ma l’avvio delle attività è di là da venire, tanto che un altro sottosegretario, Giuseppe Berretta, a ottobre spiega che «il governo si sta impegnando attivamente per compiere quanto ancora necessario per dare effettiva attuazione alla legge». Ora. sembra che la Banca dati Dna sia sulla rampa di lancio. Almeno nello spot tv. A dieci anni dal Trattato, cinque dalla legge, dopo tre governi e svariati ministri dell’Interno e della Giustizia. Potenza dei regolamenti.

qn.quotidiano