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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/02/2014  -  stampato il 05/12/2016


Camere Penali: le videoconferenze in carcere? Ledono il diritto alla difesa

"Andiamoci piano. Siamo di fronte a un fatto che possiamo definire eccezionale e non a un fenomeno che ha una forte incidenza statistica: attenzione a fare le leggi sulla base di episodi di questo tipo, le leggi non si fanno così".

Lo afferma il presidente dell'Unione penalisti italiani, Valerio Spigarelli, sottolineando la assoluta contrarietà della categoria a un'estensione delle udienze in videoconferenza, perché "il diritto di difesa ne risulterebbe fatalmente amputato". Il tema è tornato d'attualità dopo la vicenda dell'evasione di Domenico Cutrì, detenuto che avrebbe dovuto prendere parte a un'udienza. "Se il caso del detenuto evaso a Genova dal permesso premio aveva un'incidenza dell'1%, quest'ultima vicenda si inserisce in una casistica ancora più contenuta.

Quanti attacchi a furgoni della Polizia Penitenziaria impegnati in un servizio di traduzione detenuti si ricordano? Non si può partire da qui per predisporre una regola generale. È invece si sta ipotizzando come regola generale il processo penale telematico", afferma Spigarelli, rispondendo a quanti, compreso Matteo Renzi, hanno rilanciato quest'idea.

"Il processo penale non è il processo civile - rimarca Spigarelli - I processi a distanza, in cui non si vede la faccia del testimone, devono rimanere delle eccezioni. Se diventassero la regola, il diritto di difesa non sarebbe più garantito appieno. Essere sul posto con il proprio avvocato e poter interloquire con lui è cosa completamente diversa che parlare attraverso la linea telefonica. Esiste un diritto a starci, nel processo, che non può essere compresso".

ANSA

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